Più a sud verso la Sicilia
Un racconto molto ben congegnato. Ed eccolo arrivare nelle librerie di tutta Italia il romanzo di Salvatore Giordano, scrittore piazzese, originario di Barrafranca. Più a sud verso la Sicilia, è ricco di belle sfumature, di descrizioni attente e coinvolgimenti, con una cura per i particolari e i tratti, sia dei personaggi che delle scene, che lo rende davvero interessante. In particolare mi è piaciuto molto il modo in cui sei riuscito a ricreare l’atmosfera di un Italia che non c’è più. Ed insieme c’è ancora. (…) Insomma, il racconto è ben scritto, scorrevole, prende l’attenzione del lettore. (Commento tratto da ‘lettura incrociata, sezione romanzi’ del ‘Rifugio degli esordienti’
Riportiamo qualche brevissimo stralcio del romanzo, edito da La Riflessione nella “Collana in bianco e nero: il colore nelle parole” e presentato all’edizione 2005 del Salone del libro di Torino. Codice ISBN 88-90-1850-0-7. Prezzo di copertina: € 10,00.
Agatino
Ora che era diventato vecchio, Agatino ritornava spesso con la memoria alla sua giovinezza. Quella giovinezza irrimediabilmente perduta ma sempre a portata di mano nei suoi pensieri e nelle sue fantasticherie. Chi lo conosceva sapeva bene che era un uomo concreto sempre con qualcosa da fare, da dire, da raccontare o proporre per il giorno dopo o l’altro ancora. Gli era sempre piaciuto ricordare ciascun avvenimento della sua vita, ogni fatto, qualunque cosa gli capitasse quotidianamente. Non aveva nostalgia della sua gioventù: stava molto meglio adesso e godeva intensamente di tutti i momenti piacevoli che ancora gli capitavano. Si ostinava a pensare che sarebbe diventato vecchio solo quando avrebbe perso la memoria e il ricordo delle cose passate, recenti o antiche che fossero.
(…)
Wendy
… Con una sola parola – andiamo? – invitò Wendy a seguirlo verso le lucine incantate. Le afferrò la mano sinistra con la destra e cominciò a scendere a valle trascinandosi dietro la bella olandesina. La strada era bianca, di ciottoli e ghiaia, curvava una prima volta sulla destra e poi, fattasi più scoscesa, scendeva verso il podere “dei miracoli” che adesso rimaneva nascosto alla loro vista da una fila di alberi da vimini, forse gelsi, che costeggiava il ciglio della strada sul lato sinistro separandola dai filari della vigna che degradava verso valle. Sul lato destro crescevano rigogliosi robusti rovi di more, così intricati e folti che era impossibile indovinare cosa nascondessero alla vista dei passanti. In fondo alla discesa, dopo una breve stretta curva sulla sinistra, apparve un meraviglioso campo dove milioni di lucciole si stavano inseguendo volteggiando sopra le balle di fieno falciato di recente.
Quell’odore pungente, che prima aveva tanto disgustato e infastidito Agatino, adesso gli riempiva le narici, se ne sentiva ebbro ma non ancora sazio; i suoi polmoni ne avevano fame e la sua gola sete. Gli sarebbe piaciuto rimanere lì per tutta la notte: appoggiò un piede su una balla di fieno e soltanto in quel momento si rese conto che stava ancora tenendo per mano Wendy; si sentì improvvisamente e inaspettatamente intimidito, lasciò la presa e si mise a sedere su un’altra balla di fieno appoggiando i gomiti sulle ginocchia con la faccia stretta tra le mani.
Dopo un prolungato interminabile momento durante il quale l’uno e l’altra erano rimasti per conto proprio, Agatino muto – sprofondato sul fieno – e Wendy a volteggiare su e giù lungo il campo per rincorrere le lucciole, ciascuno a modo suo contemplando l’incanto di quello spettacolo cui rendevano omaggio col loro ammirato silenzio, la ragazza si avvicinò a sedersi di fianco a lui accarezzandolo sulla testa. Agatino avrebbe avuto voglia di toccarla tutta, avvicinarsela, stringerla forte tra le braccia, accarezzarla, strizzarla, schioccarle baci sui seni e sulle labbra, coccolarla, vezzeggiarla, ma si trattenne.
Invece, non riuscendo a impedirsi di trattarla teneramente, le prese con amorevole delicatezza le mani, la guardò in faccia fissandola negli occhi che gli parvero lucenti e si baciarono sulla bocca, prima una volta, poi due e cento e cento altre volte fermandosi solo per riprender fiato. Rimasero abbracciati ancora a lungo, distesi su quella insolita e straordinariamente profumata poltrona; Agatino la sentiva singhiozzare e se la stringeva più forte fino a quando, vinti dai brividi di freddo della notte che avanzando li faceva sussultare, Wendy con un fremito nella voce gli propose:
– Rientriamo?
(…)
Alba
… Alba aprì delicatamente e, con passi sicuri, si diresse verso una grande stanza da letto dove accese un lume che si trovava sul camino. Quella luce si spandeva fioca nell’ambiente rivelando delle imprevedibili pitture murali: santi con l’aureola, angeli con le ali e persino, nel corridoio, un’inquietante ultima cena con un apostolo in piedi spaventato. Una cacciata dall’Eden sormontava dal tetto il lettone sul cui capezzale, accanto al camino, vigilavano due angeli nudi ritratti a mezzobusto, uno di colore rosa e l’altro celeste.
(…)
… A un tratto l’ombra di un angelo parve animarsi mentre silenziosamente la sua parte non illuminata si portava le mani giunte davanti alle labbra. Anche il respiro di Agatino si era ammutolito! Gli ci volle parecchio a capire che cosa stava succedendo: Alba, seduta sul bordo del letto, stava pregando. Era una cosa straordinaria! Sembrava parlasse con il suo innamorato, il sorriso sulle labbra e gli occhi puntati in faccia al suo spirituale interlocutore. Ciò che Agatino stava casualmente osservando aveva tutte le caratteristiche di una conversazione a faccia a faccia tra due persone che si conoscono da tempo e si amano intimamente e profondamente. Solo quelle mani giunte gli indicavano che Alba era in preghiera (…) per il resto nulla! Non un segno di croce né litanie e nemmeno avemarie o paternostri. Solo sorrisi felici e sguardi gioiosi così intensi che somigliavano a carezze mentre le labbra sembravano schiudersi in teneri baci appassionati.
Agatino comprendeva, pur non essendo credente o forse proprio per questa ragionevole causa, che stava involontariamente assistendo a qualcosa di prodigioso: Alba vedeva e sentiva il suo dio, ci parlava, lo baciava e lo accarezzava dolcemente, sfiorandolo con lo sguardo durante tutto il tempo in cui pregava a mani giunte (…) Rimase scosso, turbato e commosso, ma non disse nulla.
Il suo cuore batteva forte, il respiro gli si annodava aggrovigliandosi in gola mentre la sua proverbiale razionalità lottava intimamente contro la sua sensazione di sperdimento. Avrebbe voluto parlare con Alba ma non sapeva come: non conosceva le parole né il modo per chiederle di appagare le sue curiosità che erano tante e consistenti. Si ripromise di aspettare il giorno; gli occhi scuri di Alba ora gli sembravano più espressivi: spiegavano chiaramente la profondità dello sguardo che sembrava perdersi oltre ogni orizzonte umanamente immaginabile. Un paio di occhi che guardavano e comprendevano oltre ogni apparenza e che lo scrutavano nell’intimo più profondo dell’animo ogni volta che lei lo guardava … un paio d’occhi di cui non conosceva il colore per quanto erano scuri e profondi. Assorto in queste avvolgenti sensazioni, a volte finiva per prevalere il suo pensiero razionale che gli faceva classificare Alba e il suo strano comportamento nella categoria del misticismo popolare (…) che evitava la mediazione ecclesiastica. Quegli occhi però lo attraevano e lo confondevano; gli lasciavano intravvedere un baratro profondo: un enorme mondo sconosciuto che lo attirava e lo incuriosiva mentre, minaccioso, lo impauriva nello stesso tempo.