RACCONTI DEL MARE

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Alla scoperta del corallo
Il mare è meravigliosamente calmo e limpido solo come a settembre può succedere. La temperatura non è eccessivamente alta e si presenta gradevole durante l’intera giornata. Seduti sotto la palma in riva al mare osserviamo il paesaggio mozzafiato che si estende sull’intero orizzonte: ci sembra di essere dentro una di quelle cartoline raffiguranti paesaggi esotici; il bello è che siamo non troppo lontano da Palermo e della calca balneare neanche l’ombra. Alcuni bagnanti prendono il sole, altri si affacciano sulla scogliera bagnata dal mare osservando gli stupendi colori delle rocce, delle alghe e delle piante marine, verde, giallo, viola, il nero di piccoli ricci, le livree delle donzelle. La scogliera è molto frastagliata e ti fa immaginare quanta vita marina nasconde questo tratto di mare miracolosamente scampato all’urbanizzazione selvaggia e inquinante. Il sole inizia a picchiare e ci accorgiamo di essere in ritardo, come al solito, rispetto all’ipotetica tabella di marcia di cui nessuno fino ad allora aveva fatto cenno. Siamo nel pieno del rituale dell’assemblaggio dell’attrezzatura, il gommone ci attende alla fine della passerella che dalla battigia porta direttamente in mare. Carichi di attrezzatura e con la muta addosso carichiamo le nostre cose sull’imbarcazione e con un piccolo salto siamo con le gambe già dentro il gommone. Direzione: la punta settentrionale della costa a un miglio di distanza. Scogli affioranti indicano dove ormeggiare. Il blu dell’acqua è intensissimo: vi scivoliamo uno alla volta guardando immediatamente sotto. La meta è una parete straordinariamente ricca di vita e, se sarà possibile, arriveremo ad osservare i coralli attorno ai 45/50 metri di profondità. Siamo tutti molto emozionati: io in modo particolare perchè esplorare le pareti mi piace molto e poi non vedo l’ora di osservare i coralli. Le attese non rimangono deluse: la parete che si estende per un lungo tratto è coloratissima e piena di organismi, dalle claveline alle spugne, a piccole aragoste rintanate, a spirografi e praterie di astroides. . Una flabellina rosa attira la nostra attenzione e, dopo avere attraversato un pianoro in discesa, giungiamo alla parete meridionale che subito lascia intravedere le gorgonie gialle, molto estese e spettacolari. Scendiamo ancora un pò ed ecco il primo corallo: i polipi espansi creano l’effetto tipico del corallo rosso ricoperto dai tentacoli bianchi. E’ sempre emozionante osservare il corallo, ormai divenuto molto raro ed è sicuramente l’incontro più interessante che si possa fare con gli organismi marini. E’ ora di tornare indietro: riattraversiamo il vallone e la sosta di sicurezza a pochi metri di profondità ci permette di giocare con un polpo a cui accarezziamo a turno lo spazio tra gli occhi, gesto che ha il potere di rassicurare il nostro amico che sembra non temerci più. Si dice che il polpo sia uno degli animali marini più intelligenti, capace di svitare il coperchio di un barattolo e di insegnare la manovra ai suoi simili, ma questa è già un’altra storia.

L’orientamento, come fare?

Mi sveglio e a fatica ricordo cosa avrei fatto da lì a poco. La mia prima immersione solitaria!
Ho sonno e rifiuto l’idea pensando alla fatica, all’acqua forse sporca, alla paura che potrei provare.
La bimba dorme e mi avvicino a Salvo… Dopo un po’ la decisione è presa. Mi getto, il mare sembra buono, c’è il grecale e un po’ di corrente in superficie, preparo il gruppo. Con la bombola di dieci litri tutto è più leggero, mi vesto, ricordo di aver portato un orologio subacqueo comprato tanti anni fa, come ricordo dell’ex Unione Sovietica. E’ la prima volta anche per lui. Ha il cinturino in pelle e lo infilo in una tasca del GAV. Calcolo che alle 8.15 sarò in acqua e punto già l’indice della ghiera sul quarto d’ora. So che non si fa ma è troppo forte l’idea di provare a scendere senza compagno.
Del resto, la programmazione dell’immersione prevede una profondità massima di quindici metri. Calcolo il consumo dell’aria e mi prefiggo di non allontanarmi dalla rotta stabilita. Voglio capire se sono capace di orientarmi in uno specchio d’acqua che tutto sommato conosco. Appena entro, la sensazione è stupenda; scendo a cinque sei metri e inizio ad assaporare una tranquillità mai conosciuta prima. Sono in piena sintonia con l’acqua, le rocce, le pietre, le salpe che incontro, i ricci che si coprono con le cose più incredibili. Stupendo, proprio sottocosta e a una bassissima profondità avvisto due pesci pappagallo. L’acqua però è più torbida di quanto pensassi e c’è corrente anche sotto, ma nulla di particolare. Cerco di fissare i famosi punti di riferimento e ripasso mentalmente la rotta: 120° - 30° e poi 210° e 300°. Intorno ai quattordici metri, osservo una protula tubularia da copertina, alcuni cocci, di cui la zona è disseminata, spugne, orecchie di mare…cerco di individuare qualche tentacolo ma non ho fortuna, sono sicura che qualcuno mi sta osservando ma non si fa vedere. E’ ora di tornare indietro. La visibilità non è migliorata e avanzo con la bussola: l’obiettivo è il rientro nella baietta da cui sono partita e mi accorgo che non è affatto facile come pensavo. Niente paura, la costa è piena di piccole insenature tutte con approdi facili. La corrente ora va nella mia direzione e mi lascio trasportare insieme a tanti pesciolini che non conosco. Si fila che è una meraviglia, forse anche troppo perché mi accorgo di riconoscere il fondale a destra rispetto al punto programmato di immersione. Sono andata troppo avanti, la profondità è attorno ai nove, dieci metri, mi avvicino di più alla costa e decido di riemergere. Naturalmente, all’ultimo, il filo del pallone si attorciglia nella rubinetteria, ma mi consolo immediatamente, è la prima volta che porto il pallone. OK! Sono leggermente più avanti rispetto al dovuto, effetto della corrente, della scarsa visibilità? Sono comunque soddisfatta. Tre ore dopo, immersione con compagni e istruttore. Profondità attorno ai trentasei metri. La sensazione di sicurezza è, questa volta, indescrivibile. Bassissimo il consumo dell’aria, rispetto ai miei standard.

Cronaca di un’avventura di viaggio

un giro di telefonate tra amici di diverse province e il breve ma sempre e comunque desiderato viaggio è organizzato in pochissimi minuti: ci si mette assieme, in questo caso in dieci, per convivere emozioni e soprattutto per dividere la somma necessaria ad affittare la barca. In questo caso, è la barca appartenuta a Roberto Vecchioni, immortalata in una canzone e ora di proprietà di uno skipper di provata esperienza che alcuni di noi conoscono bene per aver già navigato altre volte con lui.
Con molta emozione si parte dopo aver messo nei borsoni il minimo indispensabile per lo spazio che nelle barche è sempre comunque ristretto, nonostante i quindici metri di lunghezza dell’imbarcazione che ci ospiterà. Da Enna partiamo in quattro tra cui una bimba abituata, da neonata, a viaggiare in tutti i modi possibili. Raggiungiamo con un gommoncino l’imbarcazione che è in rada sullo Ionio: si fatica non poco a trasportare l’attrezzatura da sub, completa di pesi, di quattro di noi. Per fortuna, l’occorrente per la Cambusa mette sempre e comunque di buon’umore. Il mare è calmo e appena finite le operazioni di imbarco ci tuffiamo osservando il sole che tramonta. Si parte in direzione isole Eolie: ci aspetta una notte di navigazione e tra canti e barzellette ci avviciniamo allo Stretto, sempre capace di stupire con i suoi spazi e distanze, luci e suoni da rive opposte. E’ sicuramente uno dei posti più belli del mondo ed è sempre emozionante attraversarlo. Le sponde sono piene di vita nonostante l’ora e l’eco di musiche diverse, da discoteca, da balera, da piano bar, ci accompagna mentre schiviamo, per quello che è possibile, le onde provocate da navi gigantesche. Arriviamo all’isola degli dei, Vulcano, e ormeggiamo in rada in prossimità del porto. Scendiamo e dopo un tuffo nelle acque sulfuree ci godiamo la terraferma e la vista dell’isola. Con gli accompagnatori del locale diving organizziamo l’immersione per il pomeriggio. L’acqua limpida e ferma ci fa esplorare il fondale pieno di vita e con pareti meravigliose.
I pochi giorni a disposizione passano così e dopo un ultimo tuffo nelle acque verdi della piscina di venere, un tratto di costa particolarmente attraente, ripartiamo per fare ritorno. In prossimità di Capo Faro, nel tardo pomeriggio osserviamo il passaggio sotto la barca di decine di razze, la bimba si diverte a contarle mentre cerca di avvistare i suoi amici delfini che questa volta non si fanno vedere. Il mare calmo riflette le luci del tramonto quando un improvviso guasto al motore rompe l’armonia perfetta tra noi e l’ambiente in cui siamo immersi. Ore passate a riparare il danno, senza grossi successi, la barca non si presenta governabile solo con le vele, il che fa immaginare qualche altro guasto, mentre la corrente ci scarroccia pericolosamente troppo sotto costa. Infatti, ci incagliamo su scogli non affioranti con sicuri danni allo scafo e forse anche al timone. Lasciamo l’imbarcazione e raggiungiamo la riva. Con l’aiuto di alcuni ragazzi del posto, skipper anche loro, raggiungiamo il porto di Messina e attendiamo l’arrivo della nostra imbarcazione, nel frattempo disincagliata. Le operazioni però richiedono molte ore e all’alba, lasciata l’imbarcazione al cantiere per la riparazione, riprendiamo la via del ritorno a casa. Molta stanchezza, pochissima paura perchè siamo sempre stati coscienti di non correre alcun pericolo, commentiamo positivamente l’esperienza: è proprio vero che in mare l’imprevisto può presentarsi sempre e comunque.


BARRACUDA

30 ottobre: le previsioni meteo marine scoraggiano una buona parte del gruppo che decide all’ultimo momento di non partire. In sette, compresi i figli, decidiamo di sfidare le tanto annunciate raffiche di vento di 25 nodi e ci imbarchiamo per raggiungere Ustica. Il mare è leggermente mosso e il sole è forte. Tutto ci fa pensare di avere avuto ragione a non lasciarci intimorire.
L’isola ci accoglie solitaria e incantata. Alcune ore più tardi siamo in barca alla volta dello Scoglio del Medico, impressionante per la ricchezza di grotte e canyon. L’acqua non troppo limpida ci permette comunque di ammirare cerniotti e otto barracuda che nuotano a poca distanza da noi intorno ai 24 metri. L’immersione più bella, però, come è già capitato, ci viene regalata dalla Secca della Colombara. Il giorno della partenza, il primo novembre , il mare è completamente piatto.
Sulla barca di Romeo, il pescatore che ci accompagna, il buonumore è alle stelle: Alice è in compagnia di due bambini, nipoti di Romeo, di cui uno in preda a un fortissimo mal di mare, noi siamo tutti felicemente sorpresi per le condizioni meteo. Sulla secca, scendiamo lungo il costone avvistando immediatamente grosse cernie, anche se non enormi. Una di esse presenta una vistosa ferita vicino alla bocca. Non mi va di pensare il peggio, la ferita causata da pescatori. L’acqua è attorno ai 20 gradi, c’ è un po’ di corrente ma è abbastanza limpida. Risaliamo tranquillamente cercando di avvistare i grossi pelagici frequenti in questo tratto di mare. Siamo ormai sulla secca attorno ai cinque metri e un bel branco di barracuda inizia lo show che durerà almeno per quindici minuti. Li avvisto all’improvviso e li aspetto , osservandoli da vicino. Mi sfilano attorno, il più grande davanti a tutti e inizia il gioco: li seguo nei loro giri concentrici con fatica pinneggiando con più forza possibile per non perderli. Si fermano per ben due volte e appena riesco di nuovo ad essere dietro l’ultimo barracuda, riprendono ordinatamente il giro: il più grande, mentre gli altri aspettano, torna indietro e sembra che controlli il resto del branco, compresa la sottoscritta. Continuo a pinneggiare , ho ancora molta aria, e mi accorgo che sto perdendo il mio gruppo. Per non far innervosire il mio capobranco, decido molto a malincuore di abbandonare i barracuda ai loro giri, felice di aver vissuto un’esperienza per me così insolita con pesci bellissimi dotati di una forte predisposizione alla socialità. Ancora oggi mi piace pensare che mi avevano accettata nel loro branco, aspettandomi quando rimanevo molto indietro.

AL RELITTO DEL CAPUA
Supero la diffidenza sempre avuta nei confronti delle immersioni sui relitti e decido di affrontare l’esperienza. Il periodo è fortunato: mi sento rilassata, sto bene fisicamente, la vacanza, purtroppo di pochi giorni, è piacevole per l’intera famiglia e, soprattutto, so che devo prevedere per l’estate in corso poche immersioni , per problemi di diversa natura. Per cui accetto di tuffarmi. La compagnia , del resto, si è già manifestata simpatica e rilassante: oltre al gestore del diving, un amico, c’è un simpatico romano, uno svizzero dal nome impossibile e dalla statura imponentissima, in vacanza con nipoti e figli (ma le famiglie patriarcali non esistevano una volta solo nel sud Italia?) un palermitano sorridente e cordiale. Il mare è quello di luglio, stupendo e cristallino. Usciamo dal porto e arriviamo nella baia di Scopello, dopo avere ammirato il susseguirsi delle forme accidentate e rocciose della riserva dello Zingaro, le calette bianche nel mare turchese che sembrano frenare per un istante l’imponente degradare della costa nel blu. Ecco che appare Scopello con i suoi minuscoli (così sembrano a poche centinaia di metri dalla costa) insediamenti abitativi incastonati nella roccia. Si programma l’immersione con la discesa lungo la cima e conseguente risalita. Ci tuffiamo tranquilli e già intorno ai venti metri avvistiamo l’ombra del relitto che ci regala visioni sempre più nitide mentre ci avviciniamo: appare il ponte intorno ai ventotto metri, la stazza del relitto mi sembra ragguardevole, notiamo subito gongri che entrano ed escono dalle numerose fenditure del Capua. Peppe scatta foto una dietro l’altra, contento di riprendere i gronghi che si avvicinano a noi senza alcun timore. Deve esserci una famiglia intera abituata sicuramente alle livree e alle torce dei sub. Notiamo anche murene e cipolle panciute che si lasciano avvicinare e fotografare. L’immersione procede tranquilla, ci incrociamo con un altro gruppo di sub, le fenditure, piene di vita, attraggono la nostra attenzione ma, inesorabile, il tempo trascorre veloce ed è ora di risalire.
Lentamente, rilassati e divertiti, risaliamo con Peppe che continua a scattare.
Il sole di mezzogiorno che ci abbaglia appena emersi è il corollario perfetto di una esperienza ricca di emozioni che auguro a tutti di vivere.
Foto e storia del Capua di G. Corona