Nikolaj Ostrovski
Il piccolo comunista di provincia
di Nikolaj Ostrovski
Cammina, cammina, il passo veloce, c’è tanto lavoro da sbrigare, un occhio all’orologio, “ma si, si, che riesco ad arrivare a tempo”.
Oggi c’è direttivo, si discute una bozza di programma elettorale preparata dal compagno segretario, più varie altre questioni legate al tesseramento.
Ma il nostro si sente stanco, ha dormito poco, è stato sveglio a guardare alla televisione quei film strani con i sottotitoli, da buon marxista deve elevare la propria cultura, e poi vuoi mettere il piacere di guardare pellicole assurde per i comuni mortali, sovietiche piuttosto che franco-maliane, pellicole da amatori, come lui, ultimo reduce degli ejsesteniani.
Arriva, “ meno male non c’è ancora nessuno”, la chiave nella serratura ed apre, ad accoglierlo una puzza di cicca da locale jazz di quart’ordine, ed un disordine controllato si, ma che sa tanto di acaro della polvere.
Ce l’avete presente l’acaro della polvere? Quel piccolo bastardo coi denti sporgenti che si annida ovunque e che sui depliant dei rappresentanti porta porta sembra grande come un gatto.
Azione numero uno, andarsi a sedere, azione numero due accendersi una sigaretta, azione numero tre prendere il posacenere “finita la sigaretta una spazzata la devi dare” e questo è sicuro.
Dopo aver messo un po’ in ordine, il nostro vede affacciarsi due membri del direttivo, il compagno anziano, sereno come chi non ha più nulla da chiedere alla vita, e il compagno “polemòs” che non perde mai il gusto della discussione e dell’eccesso verbale. Una stretta di mano, due parole, e la solita domanda: “mica sono in ritardo?” , domanda difficile, risposta filosofica “è il mondo che è in ritardo, noi stiamo in anticipo”, no, non è il nostro a parlare, è il compagno anziano.
Ma basta parlare di nostro, non vi ho detto il nome, vero? Ecco l’identikit completo:
Antonio Calabria, nato a Castrolatino provincia di Caltanissetta, il 19/08/1984, e ivi residente in via Vallo 16, numero tessera 21015, iscritto dal 2000, sezione “Placido Rizzotto” di Castrolatino, federazione di Caltanissetta, ruolo nel Partito: membro di Comitato Politico Federale, membro del Comitato Direttivo della sua sezione con responsabilità formazione e attività culturali. Padre e madre operai nella vitivinicoltura, già militanti della cosiddetta sinistra extraparlamentare, Lotta Continua prima, Democrazia Proletaria poi.
Castrolatino, Castrolatino, strano paese Castrolatino, a cercarlo sulla cartina si fa fatica, si trova all’interno, dietro i petrolchimici, dietro i tumori, immerso tra il nulla industriale, tra gli ulivi e i campi di grano, 18.000 abitanti ai piedi del monte Rosi, quasi omonimo del più famoso monte Rosa ma ben più modesto, appena 610 metri, un centro storico bello ma poco considerato, un Comune che annaspa tra bilanci ballerini, la disoccupazione al 42%, più o meno come le percentuali elettorali degli ex-post-neo democristiani, un Ser.T sempre affollato, l’asfalto più buche che altro, e un’apatia profonda, che viene dal midollo, dalla preistoria della mente, dai colpi di lupara, dalle grida strozzate in gola di chi è finito in un palo di cemento.
E in mezzo a tutto questo casino ci sono loro: i comunisti, quelli che si arrabattano nel loro esistere stanco e quotidiano per essere coerenti, e che lavorano per chi, condizionato da tanti aspetti che hanno occupato pagine e pagine di classici del marxismo, sembra non volerli, dominato da una subcultura che sterilizza financo i sogni, rendendoli bassi come la polvere delle strade.
“Come va Antò?” chiede il polemico, il cui nome reale è Mario Minerìa, “si campa.” la semplice risposta del militante Calabria, “e quanta allegria!” gli risponde ironico Mario, “e che fa debbo ballare! Sei arrivato da due secondi e già mi fai incazzare! Oggi tutto dobbiamo fare tranne che sciarriarci.” ribatte Antonio. Per la cronaca sciarriarsi vuol dire litigare, nel dialetto locale, utilizzato e familiare a tutti senza particolari distinzioni, e presente però in due versioni, una che potremmo definire “pura” ed un’altra “edulcorata” causa effetti concreti della globalizzazione.
Il breve ed acceso scambio di battute non deve impressionare, in realtà il clima nella sezione non era poi così teso, e che è difficile far convivere insieme tanti caratteri, e non sempre si può o si vuole necessariamente fare gli “psicologi”.
Nel frattempo il compagno anziano si era cacciato di tasca una Nazionale e se l’era portata alle labbra con evidente soddisfazione, la moglie infatti non voleva che fumasse, dato che i bronchi del consorte ormai da un po’ cominciavano a bestemmiare, ma lui bellamente se ne fotteva ed ogni volta che ne aveva occasione - quando cioè sentiva sulle spalle sguardi complici e sicuramente omertosi - aspirava quel fumo pungente che solo le Nazionali riescono a produrre.
Passati dieci minuti e si affaccia il compagno segretario, Totò Semara, lunga barba brizzolata, gli occhi vispi, nella mano sinistra una borsa in similpelle all’apparenza pesante, in quella destra un sigaro che sapeva tanto di Cuba che a fumarlo a Miami come minimo ti sparano in fronte, nel complesso l’aspetto trasandato: un maglione con due buchi, dei jeans consumati sulle ginocchia, un paio di scarpe dall’aspetto incerto che se piove puoi scommettere che ti fai il pediluvio. Si aspetta un po’ per vedere se vengono gli altri due membri, passati dieci minuti si inizia comunque la discussione, una discussione lunga e proficua, non troppo accesa, si decide di approvare la bozza di programma per presentarla all’assemblea, fattosi tardi si erano rimandate le altre questioni all’O.d.G. a data da destinarsi: un saluto ed uno sciogliete le righe.
Il compagno Minerìa si allontanava lungo la strada in discesa dove si trovava la sezione dando calci ad una lattina come un ragazzino degli anni ’50, il compagno anziano soddisfatto di aver terminato il pacchetto di Nazionali si godeva le ultime boccate di libertà, il compagno segretario saliva sulla sua Lada 110 comprata da quattro anni e distrutta come una 127 che avesse fatto un rally. E Antonio? Si erano fatte le nove meno cinque, tornare a casa gli scocciava, c’era abbastanza freddo per poter restare fuori, c’era quel vento che solcava le guance e che è il sangue nelle vene di ogni poeta esistenzialista che si rispetti. Una passeggiata fino alla bottega di Gigi Scaglio, detto con facile gioco di parole Gigi Taglio, a causa di una cicatrice che da dietro l’orecchio sinistro gli arrivava fino a quasi sotto il mento, ricordo lasciatogli da un turista tedesco capitato chissà come da quelle parti, agitato per un’incomprensione linguistica e qualche bicchiere di troppo, sfortunatamente per Scaglio armato di un mozzicone di bottiglia.
“Buon giorno.” dice appena entrato Antonio, “e buona notte! So’ le nove. Il solito?” risponde tra l’ironico e l’incazzato il bottegaio, intendendo con il solito una bottiglia di whiskey indiano… allora no… si scrive whisky, quello irlandese si scrive con la “e”, quasi fosse una necessaria distinzione dato che whisky è la dicitura degli inglesi occupanti. Preso e pagato quel prodotto d’importazione che di sicuro non rappresenta minimamente un grande paese come l’India, il nostro si dirige verso via Saragat.
Il sindaco di allora, democristiano fino alle punte delle orecchie, non doveva avere molto a simpatia quel Saragat: “la socialdemocrazia è l’anticamera del comunismo” pare abbia detto al suo vice - figlio di un cugino di terzo grado dell’esponente socialdemocratico - che però dopo tante insistenze ottenne che il sindaco portasse in Consiglio Comunale la richiesta di intitolazione di una strada, il sindaco consumò però una piccola vendetta, verso il suo vice e il defunto Saragat, proponendo cioè una scalinata del centro storico larga quattro metri e lunga si e no quattordici.
Le case della strada erano in tutto otto, sei erano vuote, proprietari morti ed eredi emigrati, le altre due erano abitate da due coppie di anziani, Antonio aveva trovato così un luogo tranquillo dove poteva litigare col suo fegato senza dover necessariamente litigare con qualcun altro o ricevere qualche occhiata dai senum severiorum di catulliana memoria.
In due ore diede quatto sorsate di whisky, fumò dodici sigarette, marca Nikolaev, bulgare, regalo di un amico che puntualmente gli portava una stecca di sigarette dalle sue strane vacanze alla ricerca di tutto ciò che i turisti non cercano.
(prima parte)
Erano le undici si alzò, le mani spaccate dal gelo accumulato quell’inverno trovavano il sollievo dei guanti che solo ora si era ricordato di avere nello zainetto, passo fermo ma leggero verso casa, quattro stanze più bagno disposte su tre piani - tipico delle case dei centri storici siciliani - distante una manciata di vicoli da via Saragat.
Via Vito Vallo, civico 16, casa sua, anche sulla scelta del nome di questa via c’è ne sarebbe da dire.
Il signor Vito Vallo o meglio il camerata Vito Vallo, era poeta secondo alcuni, retore scribacchino secondo altri tra cui Antonio, che più di una volta si era fatto il sangue amaro co’ sta storia, comunque sia era cittadino di Castrolatino, diventato poi piccolo funzionario del MinCulPop era stato spedito nell’Istria italiana a fare non si sa bene cosa. Il gentiluomo era morto mentre “eroicamente difendeva una il sacro tricolore dal tentativo d’incendio da parte di un barbaro slavo ecc. ecc.”, o meglio così recitò Il Popolo d’Italia il giorno seguente. In realtà era morto in un osteria di un paesino dell’interno istriano, in una di quelle risse tra ubriachi in cui non si sa mai chi ha iniziato ma dove alla fine esce sempre il coltello.
< < E gli dedicano pure le strade!>> mormorò Antonio soffermandosi per l’ennesima volta sulla targa. Salito in casa si buttò stancamente sul letto, barcamenandosi a fatica tra il disordine tipico degli uomini che vivono soli.
La mattina dopo stancamente trascinò la sua tara, come dice una canzone, lavò la faccia, provò a farsi un caffè, la prima volta si scordò la moka sul fuoco e bruciò una guarnizione, tenacemente cambiò la guarnizione e riprovò, questa volta sedendosi davanti il fornello con sguardo di sfida, < < stavolta non mi freghi! >> mormorò serio, il caffè uscì, lo versò, accostò le labbra alla tazzina, diede un sorso, si diresse verso il lavandino e sputò immediatamente, < < mai fatto un caffè così brutto! - disse con un tono che era ben più di un mormorio - Vabbè abbiamo scherzato! Vado al bar. >> e così fece.
< < Cazzo le nove! >> esclamò mentre girando il polso per guardare l’orologio si verso metà dell’espresso sui pantaloni, < < non è possibile! >> disse facendo seguire poi almeno dodici bestemmie. Non avendo tempo per cambiarsi andò così al lavoro. Già il lavoro! Non vi ho detto che lavoro fa? Terzino destro, si, non è un errore di stampa.
Antonio Calabria, terzino di fascia destra, all’occorrenza esterno di centrocampo sulla stessa fascia dell’A. C. Castrolatino 1946, squadra da anni saldamente militante nel Campionato Nazionale Dilettanti, fondata dal Cav., Prof., Ing., ecc. ecc. Calogero Di Mastrìsi, imprenditore edile, che in un giorno del ’45 in pochi istanti si era scordato di essere stato anche vicepodestà, presidente del circolo degli imprenditori fascisti, ecc. ecc. e che nel ’54 a coronamento di tanti successi ottenne il cavalierato del lavoro, finalmente aveva un titolo serio da mettere sulla porta di casa, dato che gli altri o erano troppo comuni od oramai impresentabili. Comunque per fortuna di tutti qualcuno che non aveva perso né la memoria né il coraggio avviò una serie di inchieste a catena che nel ’55 gli stroncarono una brillante carriera imprenditoriale guadagnata a suon di bustarelle.
Il Castrolatino passò allora in diverse mani, arrivando infine in quelle dell’avvocato palermitano Giuseppe Sanpietro, un simpatico ottantenne - che a dispetto del cattolicissimo cognome era valdese - colla passione per il calcio e che si era fissato l’ambizioso obbiettivo di portare in dieci anni il Castrolatino in Serie A… sognare non costa nulla.
< < Venti giri di campo e poi mi puoi salutare. >> disse il Mister vedendo Antonio arrivare, < < Mister… veramente… io… >> balbettò a malapena Antonio, < < che t’ho detto!? Fammi ‘sti venti giri. >> ribatté accigliandosi il Mister, si incazzava sempre per i ritardi di Antonio agli allenamenti, ritardi piuttosto frequenti.
Il Mister del Castrolatino era Primo Sanna, quarantacinquenne allenatore sassarese, ex calciatore di Sassari Torres, Cesena, Avellino e Cagliari, un brillante passato in panchina con esperienze anche nel campionato svizzero ed in quello serbo, caduto in disgrazia dopo una clamorosa retrocessione ed ora spedito “nell’inferno del calcio” come definiva lui la Serie D, spedito a Castrolatino, dove lo apprezzavano poco e lo pagavano peggio, < < più attacco Sanna! >> mormorava sempre il presidente Sanpietro quando all’improvviso, in silenzio come fosse un’ombra, si metteva dietro la panchina, Sanna se ne accorgeva sempre e quasi lo fulminava con lo sguardo, tra lui e il presidente c’era un rapporto di odio e amore, si criticavano apertamente, qualche volta litigavano pure, ma tre campionati di fila a metà classifica avevano assicurato la stabilità della panchina del sardo.
Antonio posò la borsa a bordo campo mentre Sanna con eloquenti gesti lo invitava a darsi una mossa. Allenamento come tanti quel pomeriggio, prima il riscaldamento e poi il solito lavoro di rifinitura che si svolge quando l’indomani c’è la partita.
L’indomani c’era la partita Castrolatino-Porto Ionio, sfida insidiosa, per chi sarebbe sceso in campo, Antonio era sicuro come la morte che non lo avrebbe atteso neanche la panchina.
< < Arrivi sempre in ritardo, non hai più fiato, puzzi perennemente di whisky! Che t’aspetti pure di giocare!? Stai attento che continuando così col calcio hai chiuso! >> gli aveva gridato alcuni giorni prima il Mister, ed aveva ragione, Antonio non sapeva fare niente, l’unico lavoro che aveva trovato, 800 euro mensili più qualche premio partita ogni tanto, se lo stava facendo togliere dal suo stile di vita. Era un po’ che si mormorava in squadra che il suo contratto non gli sarebbe stato rinnovato, < < proprio a me - disse fra se e se a fine allenamento - che sto qua dai pulcini, che gli costo meno di tutti… >>.
Lasciando gli spogliatogli il preparatore atletico - “io con quello non ci parlo più” aveva detto Sanna - aveva dato ad Antonio l’ovvia notizia che l’indomani avrebbe visto la partita dalla tribuna < < meglio non andarci proprio, - rifletté tornando a casa - e poi stando vicino al palermitano come minimo mi fa tre ore di cazziatone. >> intendendo con palermitano il presidente Sanpietro.
Una volta entrato a casa si diresse con passo stanco verso il frigo cercò qualcosa di commestibile, trovò una tristissima lattuga gialla, un barattolino con del sugo, due uova, ce n’era abbastanza per finire in ospedale… per tentato suicidio. Comunque sia prese tutto quel che c’era lo mise in una padella che posò sul fuoco, ne uscì pochi minuti dopo un disco giallo e rosso dall’aspetto terribile. Comunque sia mangiò quella poltiglia, poi si mise alla scrivania, prese un foglio, lo strappò immediatamente, si alzò, prese la giacca, la bottiglia di whisky, si diresse con passo veloce verso la porta, si fermò, posò la giacca, si sedette nuovamente aprì la bottiglia, versò il whisky in un bicchiere, una prima volta, una seconda, una terza, < < prima poi finirà ‘sta bottiglia. >> disse fra sé e sé guardando il tappo con sguardo di sfida. Arrivato al sesto bicchiere si fermò, gli bruciava la gola, < < adesso si! >> sussurrò a malapena, prese un altro foglio, una penna e scrisse qualcosa a metà tra una poesia ed un monologo. Rilesse ad alta voce quanto aveva scritto, appena una pagina, ne fu soddisfatto, prese una puntina ed attaccò al muro il foglio. Si mise a letto, si fece un altro bicchiere di whisky, chiuse gli occhi.
(Terza parte) “Cazzo la sveglia!” borbottò cercando a tentoni quell’arnese del tempo posato sul comò e che per chissà quale bizzarria della tecnologia suonava alle sette di sera.
Dopo un quarto d’ora di trilli riuscì finalmente a staccare quell’aggeggio, si alzò piazzandosi davanti il televisore, lo accese, c’era il tiggì, cercava le notizie, trovò tre servizi di fila sul maltempo, decise di spegnere: < < solerte organo d’informazione della borghesia: d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Grazie per le novità! >> pensando queste parole uscì, si diresse in sezione.
Girò chiave nella toppa, aprì, all’odore di cicca aveva fatto l’abitudine, cominciava a sentirlo anche quando non c’era, accese la luce, i muri originariamente bianchi si erano ingrigiti per il fumo, in fondo alla stanza stava la scrivania del segretario, in alto campeggiava la scritta a caratteri cubitali rossi PROLETARI DIN TOATE ŢARILE, UNIŢI-VĂ!, l’aveva scritta il compagno Berkes, ottimo compagno, bracciante agricolo rumeno finito dalle loro parti a cercar fortuna e dopo alcuni anni partito verso nord, sotto la scritta un ritratto a matita del sindacalista ucciso dalla mafia Placido Rizzotto che dava il nome alla sezione, accanto alla scrivania l’armadio dei documenti, nei ripiani superiori i verbali, l’archivio completo della rivista “Il Partito agli iscritti” ed i libri: Guerra di Guerriglia, il Che fare? di Lenin, le poesie di Balmon, e poi Marx: Il Capitale, Il Manifesto del Partito Comunista… nel ripiano di sotto i rotoli dei manifesti. Al centro della stanza le basse sedie disposte a cerchio, a destra addossata al muro stava una rudimentale scrivania in compensato con sopra un’ancora più rudimentale computer, accanto la porta del bagno. Sul muro sinistro un quadro di Lenin con l’ortodossa dicitura sottostante: TO. В. И. ЛЕНИН, accanto tre manifesti elettorali, a chiudere la foto di un incontro tra Jopip Broz e un sempre sigaromunito Fidel Castro, nell’angolo tre bandiere.
Si accese una sigaretta, sistemò le sedie, cambiò i manifesti esposti in vetrina mentre il fumo ostinatamente andava a finire, quasi seguisse un invisibile sentiero, sull’occhio sinistro.
Si sedette alla scrivania, prese le carte, le dispose per fare un solitario, d’improvviso sentì bussare, < < Tovarisc ochi chernye!>> esordì una voce che anticipò un ingresso, era il compagno Romano Lamari, studente fuori sede, molto fuori sede, finito in un paesino della Toscana a frequentare una di quelle facoltà moderne coi nomi lunghi. Due occhi piccoli, i capelli rossicci non per genetica ma per vezzo, vestito con abiti larghi all’uso delle periferie delle grandi città, alto come Ingrao, organizzatore come Longo, stronzo come Bordiga quando si svegliava storto, era un comiziante nato: la lingua tagliente, la sfrontatezza del pendolare senza biglietto, il coraggio di chi in tasca ha 10.000 quando sono vacche grasse e quell’accento variabile da capotreno dei lunga percorrenza che non guasta mai, < < ma da chi lo studi il russo? Hai appena detto “compagno occhi scuri”. >> disse Antonio alzandosi, < < lo faccio da autodidatta. >> rispose Romano, < < si sente. >> rispose Antonio andandogli incontro, < < allora, a che punto è il processo di autocoscienza delle masse? >> disse sorridendo Romano, < < lo dici come se dicessi a che prezzo stanno le arance, guarda che ti faccio sospendere per irriverenza verso il ruolo dell’avanguardia organizzata della classe operaia. >> rispose Antonio tirando fuori dal pacchetto un’altra sigaretta, < < sempre con quella comicità da poeta esistenzialista degli anni trenta il militante Calabria! “Avanguardia organizzata della classe operaia”, ha troppe consonanti per ripeterlo spesso non trovi? Sai che studio anche fonetica adesso? >>, disse Romano, < < studi di tutto e di più come la RAI. A proposito non sei stato colto dal terribile maltempo che imperversa l’Italia da nord a sud? >> chiese Antonio quasi ridendo, < < quale maltempo? E’ novembre c’è un po’ neve. >> rispose Romano, < < lasciamo perdere… un discorso privato tra me e cinque-sei tiggì. >> disse Antonio mentre il fumo della sua sigaretta continuava a seguire il sentiero di cui sopra, e da poetica la cosa cominciava a diventare antipatica.
Stettero a parlare per un po’ lui e Romano, non si vedevano da qualche mese, poi si salutarono e Antonio tornò a casa. Accesa la luce ad attenderlo in cucina c’era la grande foto del compagno Honecker che sembrava lo guardasse saggiamente, lui, anziano, con il peso della storia che indirizzava gli occhiali verso il tavolo della cucina, sulla parete opposta stava Gramsci, e quello era come se fosse un parente prossimo, lo sguardo da paesano, lo sguardo ancestrale del contadino e di una terra lontana ma in fondo così vicina alla sua, quella Sardegna povera - anzi proprio pezzente - come la Sicilia, ma con in più il coraggio e l’orgoglio di essere isolana.
Quelle due foto le aveva da sempre, furono la prima cosa che portò quando si trasferì in quel buco storico e scomodissimo, gliele aveva regalate più di dieci anni prima il compagno Benedì, contadino e poeta - o forse è meglio dire poeta contadino, fa più chic - frequentatore di casa sua, spentosi anni fa mentre, quasi beffasse la morte, stringeva in mano un pezzo di irriverente tuma sotto un piede d’olivo.
Nel lavandino affioravano alla rinfusa come lasciati da un fall out i piatti sporchi “li devo fare prima o poi”, i batuffoli di polvere spinti da impalpabili soffi d’aria saltavano d’improvviso come dei monachicchi.Una sporcizia imponente, che gli appariva matrigna ed insensibile: “Anche gli intellettuali debbono fare le pulizie?”.
Decise di non cenare, la fame gli era passata, gli era proprio passata “e poi se accumulo altri piatti la ASL mi mette i sigilli”. Entrò in camera sua, lo accolsero altri pezzi di storia, sopra la testiera del letto il poster del “ragno nero” Lev Yashin immortalato durante una delle sue storiche parate, accanto gli stemmi del CSKA di Mosca e della Dinamo Berlino, sul lato destro accanto una piccola finestra la foto di Lenin, sulla parete opposta una foto di Lavrentij P. Berija inscritta nel simbolo del divieto d’accesso, l’arredo era essenziale: un letto, un armadio senza troppe pretese, uno scrittoio sgangherato con su un computer antidiluviano, una libreria dalla quale ogni tanto - come spinti da folletti della carta - cadevano libri, fogli di appunti, volantini e pieghevoli.
La mattina dopo lo svegliarono le campane, erano le otto, e li la prima bestemmia della giornata, si alzò inciampando nel lenzuolo, e lì la seconda, il caffè era finito, e lì la terza, e così discorrendo in una serie infinita di inconvenienti e di bestemmie.
Si vestì, mise il naso fuori dalla porta, c’era un gelo da valle alpina, altro che: “Sizilien! Ihr im Warmen seid!” come dicevano i pochi ed alquanto stralunati turisti tedeschi che si affacciavano ai piedi di quella collinaccia franosa che è il monte Rosi. Con passo svelto girò per il paese, arrivò nella piazza principale: piazza della Repubblica, la piazza dei comizi, dei banchetti, la piazza dove i benpensanti tra un caffè e l’altro intrallazzano a mani basse.
Erano tutti lì quella mattina i “signori”: Giuseppe Mastio consigliere provinciale nonché ras locale dei democristiani, l’onorevole nazionale Salvo Rivo con a fianco il suo segretario particolare Giuseppe Piagò che stava tutto ritto e impettito, felice di far vedere ai propri compaesani la strada che aveva fatto e spaventato del vento che avrebbe potuto sgualcirgli l’abito, seduto ad un tavolo il quasi cittadino onorario presidente Sanpietro nel suo look un po’ sorpassato parlottava col sindaco… il sindaco, massimo esempio di quelli che normalmente si chiamerebbero disonesti e ladri e che in questo posto - dimenticato “da Dio e dalle parate ufficiali” come soleva dire Antonio - si chiamano furbi ed intelligenti ed anziché esecrarli si cerca da loro il favore, qualche occhiata benevola, o meglio ancora qualche chiusura d’occhio.
Tanti altri cittadini - “i dormienti” - andavano alla messa salendo i gradini della seicentesca - o era settecentesca? - chiesa di Santa Maria… Santa Maria…, bè, Santa Maria qualche cosa, che chiudeva a nord la grande piazza. Il venditore di noccioline americane, piazzato alla sinistra della chiesa, borbottava per quel giorno che si preannunziava di magra per i suoi affari e che a giudicare da come tossiva gli stava costando una polmonite, qualch’altro castolatinese comprava le paste della domenica, alcuni bambini infastidivano i passanti giocando a pallone e a quelli che li rimproveravano rispondevano dando ora del “cornuto” ora del “testa di…”, beata innocenza: non è vero?
Nella parte sud della piazza un isolato turista tedesco fotografava come un giapponese “ma quanti cazzo ne vengono questo periodo?! ‘Sta settimana è il terzo!” pensò sbigottito Antonio, < < Ihr im Warmen seid! >> disse il tedesco avvicinatosi ad Antonio, < < allora, le cose sono due: o siete scemi? O vi siete messi d’accordo per pigliarci in giro? >> risponde Antonio mandando caldamente - è proprio il caso di dirlo - a quel paese il germanico fotografante.
IV parte
Antonio si allontanò imboccando via Roma lasciando l’emulo teutonico di Edward Weston a chiedersi cosa avesse detto di sbagliato.
Cadde qualche fiocco di neve “lo sapevo, porta pure sfiga! A quest’ora a Mainz fa più caldo che qua!”, svoltato l’angolo prese via Umberto I o via Gaetano Bresci come l’aveva ridefinita Antonio quando un irresistibile odore di dolci freschi di forno lo piantò davanti la pasticceria Lucanìa “tentazioni piccolo-borghesi…”, entrò ripromettendosi di comprare solo qualche biscotto, uscì un quarto d’ora dopo con un chilo e mezzo di paste assortite “les biscuits sont la pris de conscience lucide et brutale de l’horreur de la condition humaine” pensò parafrasando Sartre. Arrivò in piazza De Gasperi - piazza Togliatti nella toponomastica tutta privata di Antonio - lasciò il dolce fardello alla madre, per mezzogiorno avrebbe mangiato a casa dei genitori, proseguì nella sua passeggiata, via Unità d’Italia, via Regione Sicilia, si fermò a comprare il giornale, andò a leggerlo al giardino Manzoni, sedette su di una panchina respirò a pieni polmoni quell’aria gelida, forse troppo gelida per essere novembre, di fronte a sé aveva un orribile busto di Manzoni, anche se lui era sempre stato convinto che quello fosse il busto di Aleksandr Puškin, commissionato dall’allora assessore alla cultura della prima, unica e di effimera durata esperienza di giunta del PCI nel ‘64 e riadattato poi alla bell’e meglio quando “i padroni di sempre” ebbero nuovamente ripreso il controllo del paese.
Sfogliò quel giornalaccio che aveva comprato, Nissa Oggi, alla prima di sport firmato Ta.Li. il solito articolo di Gaetano Limesi, chiamato da Antonio Gaetano Limes perché tra lui e lo sport c’era un limite invalicabile. “Stronzo, farabutto” sussurrò Antonio senza aver ancora letto l’articolo. Gaetano Limesi, uno che per sua stessa ammissione si era ritrovato per caso alla redazione sportiva, non aveva molto a simpatia Antonio, il motivo era facile da intuire “appartiene irreversibilmente alle forze del male” cioè era democristiano fino ai gangli della base, ed ogni minimo tocco - fosse stato anche colle unghie dei piedi - di Antonio si perdeva in gentili parafrasi nelle quali si intendeva affermare chiaramente che Antonio era scarso e che doveva scegliersi un altro mestiere ed al momento poi di stendere le pagelle della partita gli piazzava un bel quattro e mezzo, tutti contenti meno Antonio ed il Mister, che se lo faceva scendere in campo voleva dire che indirettamente era scarso pure lui. Passò dunque ai necrologi “di sicuro so’ più interessanti”, ne lesse alcuni, tutti uguali, tutti ugualmente retorici “affranti… addolorati… di anni… i nipoti…, possibile che nessuno sappia scrivere un bel necrologio?”. Antonio ne aveva scritti tanti, così per scherzo, ad amici e parenti, e se ne era scritto anche un bel mazzetto per se stesso, quello che gli era parso più bello e che aveva scelto in caso di personale dipartita recitava così:
Si è spento serenamente e fortunatamente privo dei conforti religiosi
Antonio Calabria
Militante, poeta disoccupato, calciatore per necessità.
Non spirito magno ma piccolo comunista di provincia.
Mi pianga chi c’ha voglia, gli altri si bevano un doppio
alla mia memoria: offre il segretario.
Di morire serenamente e privo dei conforti religiosi ne era fideisticamente convinto, così come era fideisticamente convinto che un bel po’ di doppi whisky alla sua memoria il compagno segretario li avrebbe offerti senza problemi.
Finito di sprecare la vista nelle righe di Nissa Oggi che non valevano nemmeno l’inchiostro occorso per stamparle si alzò per andare a casa dei genitori. Alle 12,00 iniziò il pranzo, il solito pranzo della madre, sai quando ti siedi non sai quando ti alzi.
Fece lavorare il cavo orale ininterrottamente per due ore “alla faccia di Sanna”: antipasto con olive e prosciutto, pasta al forno, bistecca simil-americana con contorno simil-siciliano, sei paste, per concludere con caffè, amaro amaro, amaro non troppo, limoncello, e mezzo cucchiaio di bicarbonato.
Terminato quel tentativo di eutanasia goffamente si alzò per recarsi allo “Stadio Fernando Tambroni”, nome progressista non trovate?
Lo stadio a dispetto dell’altisonante nome e dell’altisonantissima targa al cancello 1 era in realtà poco più che un campetto squallido che sembrava rubato dalla periferia di Valladolid: l’erba era un ricordo, il gesso idem, i posti a sedere poco più di duemila “come i morti che avrebbe fatto Tambroni fosse rimasto un giorno in più al governo”.
Fece il biglietto come un comune tifoso, si andò a piazzare nel settore basso della “curva”,
che curva poi non era, dato che lo stadio era provvisto solamente di due tribune centrali ai lati opposti del campo, ma che di curva dava l’idea dato che lì stavano i Castro Supporters, il gruppo ultrà che ogni domenica contava in casa dodici attivisti e in trasferta sei-sette, a meno che non giri l’influenza. Questo gruppo ultrà - che il nome Castro mica l’aveva scelto per esigenze metriche - era stato fondato qualche anno prima da alcuni compagni della sezione per proseguire anche in quel luogo singolare la loro attività politica, certo, in uno stadio quasi sempre deserto la lotta di classe non è che riesca benissimo, ma tant’è oramai era tradizione di questi barbudos siculi non prendere impegni la domenica pomeriggio.
Appena lo videro entrare nel settore i Castro si esibirono nel loro coro di sostegno: Primo Sanna non hai scusanti, fai le formazioni con i votanti.
Era assolutamente falso che Sanna facesse le formazioni basandosi sulle scelte elettorali dei suoi giocatori, se Antonio momentaneamente figurava tra i non convocati lo doveva unicamente ai ritardi fatti agli allenamenti, ma i Castro Supporters noncuranti delle smentite dell’interessato continuavano a sostenere la politicità delle scelte del sardo.
Di vedere la partita Antonio avrebbe anche potuto evitarlo, uno zero a zero: da sbadigli, da sonno o da coma a seconda delle diverse versioni dei presenti. Al settantesimo il presidente si era alzato e pochi minuti dopo si era messo in macchina per tornare a Palermo, Sanna sottovoce aveva scomodato con la gentilezza di un bucaniere tutto il pantheon romano, poi quello greco e a concludere quello cristiano, i Castro Supporters a fine partita si erano addirittura cimentati in un improvvisato requiem. Comunque sia poteva anche andar bene così, la posizione in classifica della squadra non variava, sesto posto, e delle tre dirette inseguitrici del Castrolatino due avevano perduto ed una pareggiato.
Dopo essere sceso negli spogliatoi a salutare i compagni di squadra ed il Mister, Antonio tornò a casa, aveva un appuntamento con il suo primo amore: Sergej Michailovič Ejzenštejn.
Aperta la porta, tolta la giacca e salutato con un cenno il buon Erich si diresse in salotto, sulla libreria ordinati ed impolverati come non mai stavano i suoi strani VHS, scartò Vertov, Bondarcuk e Michalkov dirigendo con sicurezza la mano verso Ejzenštejn.
Accese il televisore, mise la cassetta, guardò Sciopero, il primo lungometraggio del regista sovietico messo in scena dagli attori del Teatro Operaio. “Un capolavoro! Ha fatto un capolavoro di 78 minuti - pensò Antonio risistemando la cassetta dopo la visione - il montaggio tagliente, il campionario di personaggi: gli operai, gli azionisti, l’amministratore, il caporale, gli agenti della polizia: il gufo, la volpe, il mastino”. Le sue riflessioni sulla cinematografia sovietica vennero brutalmente interrotte dal senso di colpa per l’abbuffata di mezzogiorno, si mise a terra e fece venti flessioni, “forse è meglio farne trenta” sembrava suggerirgli severo Honecker.
“Ecco che mi ero scordato! - sbottò Antonio alla diciottesima flessione - le mail!”, si alzò da terra e si diresse in camera al computer mentre Honecker sembrava ora dire: “meglio di niente!”. Rapidamente lette e cancellate le decine di mail che gli arrivavano dalle mailing list cui era iscritto, si concentrò sulle mail personali, in particolare catturò la sua attenzione quella del compagno Gino Alessandri che non sentiva da parecchio, nella mail il compagno si lamentava degli scarsi risultati elettorali ottenuti dal Partito nelle amministrative del suo comune, uno di quei paesi lombardi con il nome che si da del voi. Antonio sentì il bisogno di rispondergli subito con una di quelle mail ottimiste che ogni tanto - se si impegna - gli riescono:
Che strada difficile è la lotta di classe compagno mio, che strada che ci siamo scelti, avanguardia cosciente di una classe che non ci vuole, che ci respinge. Costretti dalle masse a chiuderci in luoghi amici a discorrere di massimi sistemi, quando nei fatti siamo come dei topi chiusi in gabbia, la nostra adorabile gabbia dalla quale usciamo per fare entrare altri, mentre il mondo di fuori ci vede come la neve ad agosto. Poi però torni a casa, ti butti a letto e pensi: “ci sta proprio bene la neve ad agosto! I tempi cambieranno, noi li cambieremo! Ce n’est qu’ un début continuons le combat! Non disperare dunque.
Saluti Comunisti,
Comp. Antonio Calabria