Mia Madre e altri scritti di Franca Maria Bagnoli

L’ultimo libro di Franca Maria Bagnoli: Una vita negata

Mia madre era quasi analfabeta. Aveva fatto solo la terza elementare.
Mia nonna considerava la cultura un inutile fardello, specialmente per le
donne. Del resto non aveva fatto studiare nemmeno i figli maschi. Forse non avevano, lei e il nonno, risorse economiche sufficienti per farli studiare tutti. E, così, non avevano voluto fare ingiustizie. Forse. Con la sua scarsissima cultura, mia madre a vent’anni aveva trovato un posto di telefonista. La mia ferrea nonna glielo fece rifiutare. “Le donne non lavorano disse - specialmente in posti pubblici. E’ come andare sul marciapiede”.
Mia madre, che aveva un carattere dolce e docile, si rassegnò. Sposò mio padre che era buono e l’amava ma era un po’ maschilista e non le lasciava grandi spazi. Ma quella donna fragile e docile, quando era sicura che una cosa fosse giusta, scopriva un lato ferreo del suo carattere che forse aveva ereditato dalla madre. Fu d’accordo con mio padre per farmi studiare, ma i loro obiettivi erano diversi. Mio padre, che faceva il durissimo lavoro di macchinista delle Ferrovie dello Stato, voleva per me una condizione di vita diversa dalla sua. Sognava che diventassi una donna “di comando”. Così diceva. Che cosa dovessi comandare non si capiva bene. Mia madre aveva un obiettivo molto concreto.
“Studia - mi diceva - e poi trovati un lavoro. Creati un’indipendenza economica. Non dovrai chiedere a tuo marito un paio di calze. E se non vorrai sposarti, potrai provvedere a te stessa”. Mio padre ha fatto molti sacrifici per farmi studiare, ma mia madre, che aveva il bellissimo nome di Elena, ne ha fatti molti di più. Quando mi assaliva l’agorafobia e non riuscivo a muovermi da casa, lei piantava tutto e mi accompagnava. Prima alle medie, poi al liceo e infine all’Università. Aspettava che finissi di ascoltare una lezione o concludessi un esame, seduta sotto la statua della Minerva, la dea della sapienza alla quale non aveva niente da invidiare: lei aveva la sapienza del cuore. Appena laureata mi offrirono un posto di insegnante in un Istituto privato di S.Benedetto del Tronto. Mio padre si oppose. Mia madre scoprì il lato ferreo del suo carattere e con un tono che non ammetteva repliche, disse: “Lasciala andare”. Con la stessa fermezza volle che prendessi la patente di guida. Mio padre temeva che la mia
fragilità psicologica mi facesse correre rischi. Ha avuto ragione lei. Ho guidato per più di 30 anni senza incidenti di rilievo. Durante la guerra eravamo sfollati in casa di una mia zia, dove c’era una certa abbondanza alimentare perché lo zio era gendarme in Vaticano. Di tanto in tanto veniva a trovarci una parente poverissima. Quando non c’era la sorella, che non aveva la sua stessa sapienza del cuore, mia madre rubava di tutto: pane, carne, zucchero, uova e dava tutto alla sua parente. Una volta questa le disse: “Elenù, stai tranquilla. Ho detto al confessore quello che fai. Ha detto che non è peccato”. Mia madre la guardò con un sorriso strano, come a dirle: “Quanto sei scema!” e disse: “Questo lo sapevo”. Quando mi sposai la vidi piangere come la classica fontana. Lei e mio padre venivano spesso a trovarci e si godevano i miei figli che spesso gli
affidavo. Da mio padre hanno imparato la manualità, da mia madre l’amore. L’adoravano. Quando morì mio padre, mamma dovette trasferirsi da me. Era vecchia e a Roma sarebbe stata sola. Da me stava bene. Aveva il suo appartamentino sopra il mio e poteva essere felice. E invece non lo era. Credo che il dolore di dover lasciare Roma dove era nata e dove aveva sempre vissuto, fosse pari a quello per la morte di mio padre. Quando divenne ancora più vecchia, la sistemai in casa mia. I miei figli avevano preso la loro strada. C’era più spazio ed io ero più tranquilla. Quando io e mio marito andavamo in vacanza, veniva con noi. Devo essere grata a mio marito che l’ha sempre accolta con affetto e generosità. Quando litigavo con lei mio marito le dava sempre ragione. E’ arrivata a 100 anni.Le organizzammo una festa grandiosa. Parenti e amici, tutti intorno a lei. Eravamo in 100, come i suoi anni. Subito dopo il suo fisico cedette. Ha passato un anno a letto, con la mente annebbiata, gridando e chiamando in continuazione. Non l’ho mandata né in un ospizio, né all’ospedale. Ma quante volte ho perso la pazienza! Mamma, perdonami! Dovevo essere più paziente, più dolce. Qualche volta lo ero, ma è stato un anno stressante. Non ti è mancata l’assistenza, ma tua figlia doveva darti più amore, tutto quello che meritavi. Hai fatto una bella morte, come bella era stata la tua vita, non per la fortuna che non ti è stata molto amica, ma per il tuo grande cuore. Una sera non gridavi, come era tuo solito, nell’annebbiamento della mente che ormai vivevi. Chiamai il tuo geriatra. Mi disse che avevi poche ore. Chiamai il mio amico prete e, insieme ad altre persone, pregammo accompagnandoti verso un destino di luce. Eri serena. Respirasti per l’ultima volta, il volto composto.
Aspettami, mamma, voglio rivederti.

Favola di Natale
Si avvicinava il Natale. Le vetrine dei negozi mostravano, sotto luci abbaglianti, alcune vestiti eleganti, altre cibi ricercati ed altre ancora giocattoli di tutti i tipi, da quelli elettronici a quelli di legno dipinto, come il bel cavallino a dondolo.
Roberto era fermo con la mamma davanti ad una vetrina dove troneggiava una grande macchina da corsa dotata di telecomando. Roberto guardò la mamma e le chiese: “Che dici? Se chiedo a Gesù Bambino di portarmi quella macchina, mi accontenterà?” La mamma sorrise e rispose: “Tu provaci. Poi vedremo!”. Roberto sperava, sperava. La notte sognava la grande macchina rossa e la
mattina, quando si svegliava, pregava Gesù Bambino. I giorni passavano e le strade diventavano sempre più affollate e luminose perché c’erano appese, da un capo all’altro, lampadine di tutti i colori che formavano abeti, stelle e ghirlande.
Intanto Roberto aveva allestito, con l’aiuto del papà, un grande albero di Natale molto originale. Era stato realizzato con tanti rami di quercia che il papà aveva uniti, con molta bravura, a forma di abete. Con i grandi pupazzi che risalivano addirittura ai bisnonni di Roberto avevano fatto,tutta la famiglia insieme, anche un Presepe. Ai piedi dell’albero, dopo qualche giorno, comparvero i doni tra i quali uno scatolone con dei buchi su tutti i lati. Quando venne il momento di aprire i pacchi, il papà trovò uno strumento per lavorare il legno, la sorellina di Roberto una bella bambola di pezza con i
capelli di lana, biondi e la mamma una collana di conchiglie marine. Roberto aveva aspettato ad aprire il suo pacco per prolungare la gioiosa attesa. Era sicuro di trovare la macchina. Alla fine lo aprì. La macchina non c’era! In fondo allo scatolone c’era un cagnolino che dormiva tranquillo. Aveva un collare nel quale era infilata una busta. Roberto, deluso, aprì la busta e, nel foglio che conteneva, lesse: ” Caro Roberto, la macchina era troppo costosa ed io dovevo comprare tanto cibo per molti, molti bambini che altrimenti sarebbero morti di fame. Ne sono già morti tanti! Il mio cuore è triste ma ho voluto regalarti un amico che ti farà compagnia. Ti abbraccio. Gesù Bambino.”
In quel momento il cagnolino, un cucciolo, si svegliò e abbaiò piano.Roberto lo prese in braccio mentre le lacrime gli sgorgavano dagli occhi. Non erano lacrime di delusione, ma di commozione. Prese la letterà, la baciò e la ripose nel cassetto della sua scrivania.

Amo gli alberi, esplosioni di vita.

Amo gli alberi, esplosioni di vita.
Quelli modesti e generosi
che in piccoli orti danno dolci frutti
e quelli altissimi che le frondose braccia
alzano al cielo per cantarne la gloria.
Amo l’ ulivo e il suo tronco contorto.
A lungo ha faticato per darci il filtro d’oro
che docile accarezza il pane.
Amo il cipresso che ascende in preghiera
per corpi addormentati sotto erbosa terra.
O, allineati a compagni gioiosi,
in doppia fila, accompagnano l’ andare
a sobrie ville silenziose e solitarie.
Amo la quercia che infonde coraggio
senza arroganza della sua forza.
Amo il pino di mare e montagna
E l’ olmo, il castagno, benefico burbero:
apre la sua pungente corazza
per offrirci il suo dono nascosto.
Vi amo tutti, alberi amici,
che accogliete i nidi,
vi lasciate tagliare un poco
per scaldare i nostri inverni.
D’ estate mitigate l’ ardore
di un sole esuberante.
D’ autunno vi vestite di mille colori
e in primavera le vostre gemme
sbocciano in mille sorrisi
che suggeriscono al cuore speranza.

Bianca come la neve

Un racconto sulla mafia, per riflettere, per combatterla, per stimolare gli insegnanti ad educare alla legalità.

Salvatore, un bambino di nove anni, abitava a Palermo, in uno dei quartieri più poveri e degradati della città. Il padre faceva il facchino in una ditta di trasporti e la madre amministrava lo scarso stipendio del marito, districandosi a fatica tra pranzi e cene per cinque persone. Salvatore aveva un fratello più piccolo ed una sorella di diciotto anni. I bambini poveri di Palermo sanno molte cose della vita e Salvatore, detto Turi, aveva notato, nell’abbigliamento e negli occhi della sorella Rosa la tentazione di andare in una strada del centro dove ragazze in minigonna e con il trucco pesante aspettavano che un uomo con l’automobile si fermasse, facesse un cenno ad una di loro che si affrettava a salire.Turi era deciso ad impedire a Rosa quelle squallide “gite” in macchina, ma non sapeva come.
Un giorno Turi fu avvicinato da un collega del padre. “ Turi - gli disse- mi faresti un favore?”
“ Certo “- rispose il ragazzo. “ Dovresti portare questo pacchetto nella profumeria di via Ruggero Settimo. Come vedi è un pacchetto regalo. Potrei spedirlo per posta, ma ci tengo molto che arrivi per il compleanno della ragazza alla quale e destinato, la cassiera del negozio. Nemmeno con la posta prioritaria arriverebbe in tempo. Il suo compleanno è oggi e solo oggi ho trovato il regalo che fa per lei. Se mi fai questo favore ti darò 20 Euro” “Ci vado subito - disse Turi. L’uomo mise il pacchetto nella busta di plastica dalla quale lo aveva tolto per farlo vedere al ragazzo e gliela consegnò, insieme ai 20 Euro. A cena Turi, tutto contento, consegnò il denaro alla madre e raccontò tutta la storia. Il volto del padre si rabbuiò. Turi se ne accorse e chiese:
“ Papà, non sei contento?” Turi - fu la risposta - devi pensare a studiare. Non perdere tempo con queste cose” Il bambino tacque. “Beh - pensò - il compleanno è passato. Non ci sarà un’altra occasione per perdere tempo come dice papà”. E invece, pochi giorni dopo lo stesso uomo andò ad aspettare Turi all’uscita dalla scuola. “ Ciao, Turi! Vuoi guadagnarti 50 Euro?” Turi si fece serio, ricordando le parole del padre. “Vorrei - rispose - ma devo pensare a studiare. Non ho tempo per altre cose” “Ma questa cosa ti prenderà mezz’ora di tempo. Devi andare alla Vucceria e passare davanti ai banchi con questa busta infilata nel braccio. Uno dei venditori ti riconoscerà e prenderà il pacco” “Che cosa c’è nel pacco? - domandò Turi. “Attrezzi per la pesca. Nè, Turi, pensavi che ci fosse una bomba?” - rise l’uomo. “Va bene, me lo dia” - acconsentì Turi. Prese il pacco che era abbastanza grosso e molto compatto. Nell’interno della busta, sopra il pacco, c’era una bella banconota di 50 Euro. Turi era inquieto, non sapeva che fare. Alla fine decise: andò a casa e consegnò il pacco al padre che lo aprì. I suoi occhi si dipensero dei colori della rabbia e della paura. Aveva riconociuto la cocaina, tanta, più di mezzo chilo. “Figli di puttana! - esplose - Adesso ricorrono ai ragazzini, mettendo nei guai loro e gli adulti”. Era veramente nei guai. Se avesse avvertito la polizia le ritorsioni sarebbero arrivate puntuali e tragiche. Il suo collega non agiva certamente per conto proprio. Era evidente che faceva parte di una grossa cosca mafiosa. La moglie tacque ma anche lei aveva capito molte cose. Era atterrita e non osava aprire bocca. Squillò il telefono. Gaetano, il padre di Turi, prese la cornetta e, prima che pronunciasse la parola “pronto” una voce minacciosa chiese: “ Dov’è finito il pacco che era stato affidato a Turi?” “ Nel cesso - disse Gaetano e si morse la lingua: aveva firmato la sua condanna a morte”. “Da questo momento - disse, rivolto alla famiglia - tutti a casa. Il meteo ha annunciato una grandissima tromba d’aria”. Nessuno credette alla tromba d’aria ma tutti furono convinti che un grave pericolo li minacciava. Al telefono Gaetano aveva mentito. Il pacco aperto era sul tavolo e la polvere micidiale sfacciatamente fingeva la sua innocenza: bianca come la neve. Gaetano si disse: “Se morte deve essere, che sia libera morte!” Chiamò la polizia, raccontò l’accaduto, denunciò il collega. La polizia fece presto ad arrestarlo ed iniziò le indagini per arrivare ai vertici della cosca.
La mattina seguente Gaetano guardò con tristezza la moglie e i figli che dormivano e, incurante della tromba d’aria, uscì di casa. Non camminò a lungo. Una raffica di lupara lo lasciò in mezzo alla strada, esanime, in una pozza di sangue. La polizia mise tutta la sua famiglia sotto protezione e la trasferì in una località segreta. Lasciare la casa fu doloroso per tutti: in un colpo solo avevano perso il marito, il padre, la casa. Durante il viaggio di trasferimento, Rosa disse, decisa: “Se ci sarà un processo, chiamatemi. Voglio testimoniare”.


Da molti giorni bussavate alla porta della mia memoria.

Da molti giorni bussavate alla porta della mia memoria. Vi siete serviti di
parole, nomi di persona, scene di un film, frasi lette in un giornale, di
pensieri sulla mia vita, semplici, relativi al modo in cui passo certe
giornate. E, finalmente, siete riusciti ad aprire la porta. E’ stato quando
ho pensato: ” Sarebbe bello, la domenica, bighellonare pigramente per casa,
senza affannarsi e rinunciando a pensare: che cosa preparerò per il pranzo?
” Da qualche tempo faccio un altro pensiero: ” Qualcosa si arrangerà” e
passeggio pigramente per casa, prendo un libro, vado in terrazza a guardare
le piante. E sono più felice. Le domeniche sono diventate leggere, non più
noiose e vanamente impegnative come una volta. Con questo ultimo strumento
siete riusciti ad aprire la porta e subito vi ho riconosciuto: Julius ed
Ethel. Mentre bighellonavo per casa, mi sono ricordata che anche a voi
piaceva passare le domeniche così.
E mi sono ricordata tutto di voi, Julius ed Ethel Rosemberg, due ebrei
americani, una coppia come tante che si amavano dolcemente, pacatamente.
Avevate due figli, due bambini che dovete aver amato ed educato nel modo
giusto se, diventati adulti, hanno scritto per voi, su di voi, un bel libro.
“Eravamo vostri figli”.
Ero molto giovane quando vi travolse una tragica vicenda che vi portò entrambi, insieme, alla morte. Eravate impegnati nella difesa dei diritti umani, condannavate il crimine di cui erano stati vittime Sacco e Vanzetti, vi opponevate alla guerra di Corea, partecipando alle manifestazioni che gli
americani illuminati e progressisti organizzavano. Avevano molto successo e suscitavano molte apprensioni nei dirigenti della Casa Banca che temevano di perdere il consenso dell’opinione pubblica sulla guerra che gli USA stavano combattendo in Corea. Quel consenso bisognava riconquistarlo ed a questo fine bisognava convincere la gente che il dissenso, la contestazione, erano segni di antipatriottismo, di tradimento della grande, democratica, civilissima America. Occorreva scegliere, fra i contestatori, chi si dovesse punire per il reato di alto tradimento. Voi foste i prescelti. E chi, più di voi, poteva incarnare il nemico, il male che si doveva estirpare per il bene e la sicurezza di tutti? Eravate ebrei e poveri. Julius era comunista ed aveva dichiarato la sua solidarietà alla Repubblica spagnola durante la guerra civile del 1936-1939. Fu montata una macchina accusatoria fatta di
bugie e manipolazione della realtà. Foste accusati di essere spie e di aver venduto segreti militari all’Unione Sovietica perché potesse accelerare il progetto di realizzazione della bomba atomica. Nella vostra storia c’è un particolare che aggiunge vergogna a vergogna. Tuo fratello, Ethel, David Greenglass, sotto le pressioni dell’ F.B.I. che ricorse anche alla tortura, confessò di aver partecipato alla vostra attività di spionaggio. Molti anni più tardi, uscito dal carcere dopo 15 anni di detenzione, ammise di aver mentito, costretto a scegliere tra la propria vita e quella tua e della tua
famiglia. Voi sosteneste con forza la vostra innocenza, appellandovi al V emendamento. La difesa portò al processo prove sufficienti a scagionarvi ma erano gli anni del maccartismo e le “streghe” evocate dalla parola chiave: sicurezza nazionale furono”trovate” in molti luoghi, da quello del cinema a quello degli intellettuali, dei pacifisti e di tutti quelli che lottavano per la difesa dei diritti umani. Personaggi di tutto il mondo levarono la voce in vostra difesa: Picasso, Einstein, Pio XII, Elisabetta II, Brigitte Bardot. Jean Paul Sartre ha definito la vostra vicenda ” Un linciaggiomorale che macchia di sangue un intero Paese”.
I giudici non ascoltarono né la voce del popolo pacifista né quella di personaggi illustri. Il processo nel quale le prove prodotte dalla difesa non furono tenute in alcun conto e, d’altra parte le prove dell’accusa erano poco plausibili, si concluse con la sentenza di morte. Nel bel libro scritto dai vostri figli c’è tutto l’iter doloroso dei due anni da voi trascorsi nel braccio della morte del carcere di Sing Sing, nell’alternarsi di speranze e delusioni. Speranza che fosse aperto un nuovo processo, che la pena fosse commutata, che fosse concessa la grazia. Arrivarono a cercare di corrompervi, promettendovi salva la vita se aveste confessato. Ma voi riteneste che rinnegare la verità fosse un prezzo troppo alto da pagare per avere salva la vita.
Il 19 giugno 1953 la sentenza fu eseguita. Il primo a sedere sulla sedia elettrica fu Julius. Per lui bastò una scarica. Per te, Ethel, ce ne vollero tre: 20 minuti di agonia. I vostri figli, Robert e Michael, avevano, rispettivamente, 6 e 9 anni. Furono fortunati. La famiglia Meeropol che chiese di adottarli, curò la loro crescita con amore e dedizione.
Per loro, Ethel, prima di morire, scrivesti questa poesia:

Voi saprete, figli miei, saprete
perché lasciamo il canto interrotto,
il libro aperto, l’opera incompiuta
per andare a giacere sotto la terra:

Non piangete, figli miei, non piangete più
perché menzogne e calunnie che hanno inventato,
le lacrime che abbiamo versato, il male sofferto,
a tutti un giorno saranno rivelati.

La terra sorriderà, figli miei, sorriderà,
il verde sorriderà sul nostro luogo di riposo,
l’eccidio terminerà, il mondo esulterà
in fratellanza e pace.

Lavorate e costruite, figli miei, costruite
un monumento all’amore e alla gioia,
al valore umano, alla fede che abbiamo serbato
per voi, figli miei, per voi!

Dal sito amico www.francamente.it, pubblichiamo lo scritto di Franca Maria Bagnoli “Le case” con l’invito alla riflessione

La case sono le tane degli uomini. Ci sono da quando esiste l’uomo. Erano grotte, prima, poi palafitte. Erano e sono rifugi. Sono calde nicchie d’amore, ma possono essere anche luogo di scontri, qualche volta di tragedie.
Mi piacciono, le case. Le guardo con l’occhio di un’appassionata dell’architettura. Le case rinascimentali di Firenze, armoniche nelle linee e nei volumi, mi trasmettono serenità e la gioia della bellezza. Quelle erano le case dei ricchi. Le case dei fattori non erano case di ricchi, ma nemmeno di poveri. Avevano ( oggi molte si sono trasformate ) un fascino particolare. Sobrie ma eleganti. Nella cucina c’era sempre una vecchia madia dove la fattoressa impastava la farina per il pane e per le sportelline da servire agli ospiti con il vinsanto.
Dalla preistoria ad oggi, l’uomo ne ha inventati di tipi di case! Ville, condomini, villette a schiera, case in montagna e case al mare. Ed ha moltiplicato il suo desiderio di case. C’è chi ha una casa in città, una al mare e un’altra in montagna. E c’è chi ha otto o dieci case. Esagerato!Qualcuno le case in eccedenza le affitta, altri preferiscono tenersele tutte,
magari per lo sfizio, una volta ogni tanto, di farci una bella festa elegante, con signore e signori eleganti, un buffet ricco ed elegante. Tutto elegante. Qualcuno ha case anche all’estero, nella Grande Mela o nel mitico Brasile. Case eleganti a Manhattan o a Rio de Janeiro.
Ma le case non si possono moltiplicare senza toglierle a qualcuno oppure deturpando splendidi paesaggi. Nella Grande Mela è crescente il numero degli Homeless, i senza casa e in Brasile, a Rio e non solo a Rio, ci sono le favelas. ( Che bel nome! Evoca le favole ). Ma le favelas non sono favole, sono incubi. Accatastate sulle colline, sono costruite con materiale di fortuna: cartoni, pezzi di lamiera, tetti strani che non proteggono niente. E fogne a cielo aperto. Quelli che abitano nelle case eleganti forse non alzano mai lo sguardo alle colline e, se lo alzano, magari pensano: ” Chissà che bel panorama si vedrà da lassù!”
Ma non vanno mai a guardare il panorama. Hanno paura di essere derubati. Sì, perché gli abitanti delle favelas sono delinquenti. Tutti. Anche i bambini che giocano allegramente anche se, magari, sono digiuni da più giorni perché nemmeno nella spazzatura dove vanno a rovistare, hanno trovato qualcosa di commestibile.
Qualche volta di sera, col buio, scendono in centro e si divertono a borseggiare onesti cittadini. Che vergogna! ” Ma la polizia che fa? Dove sta?” - si chiedono gli onesti cittadini. La polizia c’è e fa. Cattura i bambini e spesso li uccide. Ma è un lavoro difficile e lungo.
I bambini sono tanti. Prima di ammazzarli tutti ce ne vorrà del tempo!
Mi ha stimolato a parlare di case il bel libro di Paul Ginsborg :”Il tempo di cambiare”. Ginsborg ” ci invita a ripensare le decisioni che prendiamo in famiglia, a vagliare responsabilmente il genere di beni che consumiamo, a misurare la qualità della democrazia che possiamo esercitare” ( dalla presentazione di controcopertina).
Quella di Ginsborg è un’analisi sociologica a partire anche dalla famiglia e quindi dalla casa. C’è, nel libro, la foto di una casa ideata da Rachel Whiteread nel 1903. E’ allucinante. Protetta da una cancellata in ferro, è un monoblocco di cemento. Porte e finestre sono chiuse. Lì vive una famiglia rinserrata in un familismo che si traduce in indifferenza per ciò che avviene fuori. E’ vero che la televisione porta il mondo esterno dentro quella casa, ma, avverte Ginsborg, la TV ha due effetti deleteri: “Il primo è che la TV è il mezzo per eccellenza attraverso cui vengono diffuse suggestioni pubblicitarie a lungo termine………”
Sono “le siringhe del moderno capitalismo consumistico, prodotti costosi e di alto livello, studiati per iniettare aspirazioni e desideri specifici nelle nostre teste”. Il secondo effetto deleterio è che ” la televisione ha uno straordinario potere di legare le persone al loro ambiente domestico”.
Michell Young e Peter Willmett tracciarono questo quadro: “La famiglia siede ogni sera attorno allo schermo magico che troneggia in salotto. In una casa i genitori e 5 figli di tutte le età erano schierati a semicerchio alle nove di sera; il bambino di due mesi era sistemato in carrozzina di fronte al video. Sembrava di assistere ad uno strano rituale. Il padre disse, orgoglioso: “La tele tiene unita la famiglia. Nessuno di noi ha bisogno di uscire, ormai”.
Già, tutti rinserrati in casa a difendere il sacro valore della famiglia.
In un esauriente studio sugli USA, Robert Putnam rilevò come la TV rappresentasse il fattore principe per spiegare il declino del civismo americano.
La società si è atomatizzata. E’ vero che è operante la società civile, ma familismo e società civile sono in contraddizione tra loro e sono una delle tante contraddizioni del nostro tempo. Ginsborg dice che è tempo di cambiare. Da dove cominciamo? Ci sono tanti inizi. Uno potrebbe essere quello di uscire più spesso dalle nostre case, per incontrare più gente possibile. E aprirle, le nostre case, perché vi entrino non solo i nostri amici. Troppo pericoloso? Non sarà più pericoloso chiudersi dentro le nostre case, sbarrando porte e finestre? E’ tempo di cambiare. Sì, con intelligenza, fantasia, generosità, fiducia.
Per favore, non ditemi che sono utopista. Guardiamoci intorno. Il tempo sta per scadere.