Gli scritti di Marim

Stasera ho camminato…

Stasera ho camminato lungo le strade di questa città.
Ho camminato come mille altre volte prima, solo con più lentezza, più meraviglia.

Ho attraversato un dedalo di vicoli bui e un largo incrocio di viali, solo per te.
Per lasciarti guardare, attraverso i miei occhi, questa città diversa eppure immobile.

Sopra la testa una falsa pioggia di luci bianche e instabili. Sotto ai miei piedi il tappeto rosso delle grandi occasioni, già consunto da troppe scarpe disattente.

Un equilibrista tentava i soliti giochi al seguito di giovani più o meno carini e sorridenti, vestiti di rosso e nascosti da finte barbe bianche. Caramelle nelle ceste. Campane suonate con imposta allegria.

Avanzando, ho visto molte vetrine nuove, tirate a lucido, e vecchi negozi in declino tenuti in piedi da un certo istinto alla sopravvivenza.

Sulla piazza, in un angolo, un assessore da due soldi che si lascia intervistare, orgoglioso, da una piccola emittente locale. Coi fari e le telecamere puntate addosso, racconta, sorridente, dettagli e piccoli prodigi di una città che non c’è.

Sono andata oltre, oltre tutto questo, per farti scoprire ancora, con i miei occhi.

Facendomi spazio tra la gente, le automobili, i motorini rabbiosi che scattano come puledri impazziti, ho raggiunto il cuore malato di questo luogo, dimentico della sua storia e dei suoi giorni migliori.
I sentieri più antichi, che, al buio, diventano teatro di uno spettacolo innaturale, dove sono gli attori a pagare il prezzo più alto. La loro vita va in scena e lo scempio che ne stanno facendo, per qualche ora di estasi e oblio.

E ci sei tu - con me - a guardarli e a ricordare cortili di altri paesi, altri teatri, altri scempi, la tua estasi ed il tuo oblio.

Fuori di qui, decine di piante dalle foglie rosse colorano i bordi dei marciapiedi e fingono di non sapere che chi sta per comprarle le dimenticherà presto su una finestra, in balia dei venti e della salsedine.

Noi che sappiamo, invece, le accarezziamo appena, senza volerle, senza riuscire a pretenderle.

Ho camminato ancora, verso il fiume.
Le spalle strette nel tiepido cappotto verde a righe, le labbra secche e fragili, i lunghi capelli raccolti nel cappello grigio.
Inseguendo - lungo gli argini - il filo perduto dei miei pensieri nascosti, cercandolo nelle anse, nelle acque torbide, nelle bottiglie verdi di vetro abbandonate sui bordi, a volte rotte.
Le scarpe ampie, comode mi hanno accompagnato. Hanno assecondato i miei passi, l’incedere ora fermo e sicuro ora instabile, incerto.

La mia casa è lontana, poco più che un ricordo improvviso alla fine di un sogno. Un ricordo sospeso tra la gioia e il dolore, l’esistenza e la sua ombra.

Sulla soglia di un’abitazione di fortuna, costruita sul legno bagnato, una donna, che sembrava vecchia, riflessa nell’acqua insieme ai suoi abiti, i capelli ispidi, e le rughe del viso.

Guardando, senza pietà, ho visto oltre la sua finestra dischiusa il tuo volto lontano.

Camminando e perdendomi - solo per te - ho reso nudi i miei piedi feriti dalla stanchezza, per farti sentire com’è fredda la terra quando il sole l’ha resa oscura lasciandola.
Solo per te, che sei andato altrove con lui.

Il prof.

La sua voce somigliava vagamente al suono emesso da uno strumento a fiato.
Il corpo piccolo, sovrastato da una grande testa quasi calva, due occhi inespressivi, un poco fuori dalle orbite, ed un sorriso inebetito. Più quella voce si diffondeva nell’aula e più riusciva difficile immaginare che un qualunque tipo di apprendimento potesse essere innescato in quella circostanza.
Le parole sparse provocavano un leggero fastidio alle orecchie, come il suono ripetuto e ossessivo di un allarme d’auto che all’improvviso comincia a suonare nel cuore della notte.
Così chi lo ascoltava, inevitabilmente, lasciava perdere ogni possibile legame con quella disciplina che egli tentava d’insegnare. L’attenzione si spostava altrove, cercava altre fonti d’interesse, altri agganci, altri moti…. Poi tornava su quell’ ”oggetto umano”, ma con diverso intento.
Vi tornava non più per imparare da lui ma per scoprire, scavare in quell’oggetto.
Senza accorgersene – così quasi per caso – prendeva a immaginarlo in altre situazioni, fantasticava su quell’esistenza inerme, l’immaginava perso nella realtà fuori da quelle mura. Considerava, misurandola, la piccolezza di quel corpo e quelle braccia: esagerata, se confrontata con la vastità delle cose.
Fin da ragazzo, forse, era stato troppo piccolo.
Persino guidare un’auto doveva risultare un’operazione molto complicata.
Raggiungere i pedali e stringere il volante insieme e – per di più – spingere il naso in alto per guardare oltre, verso la strada. Difficile, complicato, estremamente complesso.
Studiava tanto però quel ragazzo. Almeno così pareva. Studiava nei lunghi pomeriggi impossibili da impegnare altrove. Nella sua camera tutto si confaceva di più alle sue dimensioni; ogni cosa era più a sua misura, ogni oggetto col tempo aveva assunto un aspetto conforme alle sue esigenze.
Ma fuori era diverso. Studiando – o fingendo di farlo – si arrovellava anche su ipotesi improbabili che riguardavano il suo domani. Ormai all’ultimo anno di scuola superiore, si poneva il dilemma fondamentale di pensare al futuro.
Un lavoro, certo, occorreva pensare a un lavoro. Un lavoro che ponesse fra mura, confini precisi, delimitabili, esplorabili in una settimana, un mese, un anno…
Nel giro di due anni, poi, ogni angolo sarebbe stato visto e toccato, conosciuto, rielaborato; ogni centimetro sicuro e inoffensivo.
Dunque un ufficio … sì, forse. Però un ufficio poneva dei problemi, presupponeva a volte un “capo”, una sottomissione e “sottomesso” quella sua piccolezza sarebbe risultata persino ingigantita, insopportabile! Un lavoro, dunque, ma senza un capo, o con un capo lontano, distante, un po’ fuori dai piedi… Un lavoro – ancora meglio – in cui lui fosse il capo. Certo un capo piccolo così fatica troppo a farsi sentire. Occorreva mettere a punto quel piano.
La strada era giusta, di sicuro, ma l’obiettivo non ancora raggiunto, solo in via di chiarificazione.
Nei lunghi pomeriggi di quell’inverno questa era diventata la sua riflessione-guida, che invadeva tutti i pensieri, che richiedeva tutto il suo impegno intellettivo, tutte le sue forze, che esigeva da lui una costanza quotidiana.
Fu solo in primavera – aiutata forse dalla mitezza del clima – che la sua ipotesi di progetto trovò una definitiva soluzione al problema.
Ecco, “insegnare” era ciò che faceva al caso suo: una cattedra, verde o grigia, poco importava; una cattedra e una sedia, coi braccioli però, a distinguerla dalle altre.
Un’aula, non una sola, forse due, tre, quattro, ma in una scuola: un perimetro fisso percorribile in breve tempo, uno spazio che per quanto esteso avrebbe – giorno dopo giorno - assunto caratteri sempre meno vasti. Uno spazio che, come nella favola di Alice, sarebbe divenuto in breve piccolo, molto piccolo. E in quello spazio piccolo la sua figura grande, sempre più grande…
Un professore, ecco cosa doveva diventare!

Cenacolo

Finalmente.
Luci basse e calde. Le finestre oscurate.
L’aria resa accogliente solo dalla foschia gelida oltre le pareti.
Siamo qui, immobili. Trovati per la prima volta dopo un lungo viaggio.
Di fianco i turisti frettolosi, agitati dagli addetti alla sicurezza, cercano di attingere a ogni centimetro di quella vasta parete coperta da forme e colori. Dieci minuti in tutto.
Occorre una direzione verso cui volgere gli occhi attenti per un’analisi lucida e profonda.
Occorre imprimere nella memoria per i tanti giorni a seguire in cui quello spettacolo non sarà più visibile.

Guardiamo. Lontani e insieme.
Guardiamo come si guarda un’eclissi, un miraggio che sta per svanire ma che si presenta davanti a noi nello stesso momento… e per questa contemporaneità della sua rivelazione continuerà ad unirci.
E insieme - distanti - scorgiamo tavoli e sedie…udiamo le voci avvicinarsi alla sala…sommesse e confuse. Voci che lasciano la preghiera per cercare altro cibo…cibo che nutre i corpi, che riempie la bocca. Cibo che nutre, attraverso la carne, anche la mente.
Li sentiamo arrivare, occupare i loro posti. Sempre gli stessi. Accogliere nei loro piatti austeri il calore e i fumi delle pietanze. Lanciare occhiate furtive…Sorridere e trattenere la tristezza.
Le loro figure - immobili eppure in continuo moto – alte ma in mezzo agli altri, vicine… che si confondono… che cercano di carpire i discorsi.
Loro sconvolti, in preda all’ira, allo strazio, allo stupore di un tradimento annunciato.

Perché siamo venuti qui per incontrarci?
Milano ci avrebbe offerto altri mille angoli meno sacri in cui consumare questo incontro profano.
Avremmo potuto vederci di sera, in un caffé intrigante e complice… attendere presso la dàrsena, lungo le strade nebbiose e irreali che abbracciano i navigli. Cogliere l’occasione anonima di un centro commerciale…tra la folla distratta, nascosti, aspettare e spiare i primi gesti dell’altro inconsapevole… per poi svelarci, arrenderci, consegnarci….
Oppure in un’antica libreria, tra gli scaffali odorosi di libri nuovi e di polvere vecchia.
Ma non abbiamo voluto.
E’ qui che volevamo conoscere il nostro aspetto, la nostra carne, la nostra pelle.
Qui, dove la sacralità di una “cena” limita entro confini invalicabili i nostri desideri.
Qui dove siamo soli e visti da tutti. Travolti da un evento più grande… da uno stupore che supera il nostro… un’intensità che oltrepassa quella che nasce dentro di noi…

Due turisti inglesi provano a fotografare. Strano che siano due inglesi a tentare di farlo. Strano che anche loro perdano il loro controllo e il rigore.

E il nostro rigore, invece, quando l’abbiamo perduto?
Quando si è aperto un varco dentro di noi ?
Il varco che ha consentito all’uno di dilatare i limiti della sua esistenza per insinuarsi nell’altro…
In un giorno che non aveva un sapore speciale, né un odore insolito o penetrante.
Un giorno i cui i colori erano privi di trasparenze e lucidità. In cui ogni cosa sembrava ferma e inamovibile.
Cos’è accaduto quel giorno e nelle interminabili ore che lo hanno seguito?
Le attese, le parole, le notti senza sonno. Il tentativo di trovare un nome al nostro sentire … il desiderio di cogliere gli eventi fuori e dentro di noi, anche senza comprenderli.
Cos’ è accaduto, e cosa accade ora?
Ora che siamo qui
L’una di fianco all’altro.
Distanti.
Uniti in uno sguardo
travolti da un affresco…che legge dentro di noi, e noi in esso?

La visita è terminata. Siamo pregati di uscire. Ci allontaniamo. Lasciamo posto ad altri dopo di noi.
Torniamo a prendere strade diverse, a noi note.

Limoni

Il mio limone è sbattuto dal vento. Ha perduto quasi tutti i suoi frutti.
Lo guardo dietro i vetri a specchio che nascondono alla gente, fuori di qui, la mia presenza. L’ho voluto a lungo, sfidando i più che volevano morisse in breve su questo vuoto balcone bianco e grigio. L’ho voluto con la stessa forza che mi spinge adesso a cercare le tue parole.Misuro con i passi le stanze, neppure troppo grandi. Disegno cerchi con le mie gambe di donna.
”Le gambe delle donne sono compassi che misurano il mondo donandogli armonia ed equilibrio”, diceva il seducente e non bello Bertand di Trauffaut.
Quanto poco riusciva ad amarle e a penetrare le loro menti se non sapeva scorgere in quel fluttuare, lento o nervoso, tutta l’inesauribile forza che le spinge a cercare senza posa … la smania che non le fa sostare mai troppo a lungo accanto a ciò che hanno con fatica raggiunto. Non c’è armonia, non c’è equilibrio in questo vagabondare senza meta, anche quando una meta sembra dover esistere per necessità.
Così i miei passi percorrono - lenti e veloci - i molti perimetri di questa casa e le sue diagonali, alla ricerca di te che non troverò. Te, trovato e perduto nello stesso momento, te che non desidero ma che pure voglio. Se la solitudine vorrà un nome le darò il nome di questo giorno, il nome di ieri, il nome di tutti i momenti vissuti dopo che i tuoi cento volti mi hanno abbandonata.
Quello del burlone che sapeva farmi ridere, quello del filosofo che accompagnava il corso dei miei pensieri, quello dell’attivista che risvegliava in me il desiderio di agire, quello malizioso che mi lanciava occhiate furtive, quello amoroso che riscaldava con le sue carezze le mie serate gelide e sole.
Perché siete scomparsi nell’aria priva di nebbia? Perché avete voluto lasciarmi sola a sopportare l’arsura del giorno e il freddo bagnato della notte?
Perché vi siete stancati di me e dei miei abbracci ? Delle carezze che abbandonavo sui vostri corpi lontani? Delle parole che trovavo per voi negli abissi di me e del mio passato?
Perché avete smesso di cercarmi, all’alba e nel silenzio della notte, nelle pause davanti a un caffé, negli attimi di piacere aspirando i fumi di tutte le sigarette che si sono consumate per voi?
Quale istante ha spezzato l’incantesimo? Quale momento, parola o inclinazione inconsapevole della voce hanno distrutto, senza pietà, il campo magnetico che vi portava fino a me senza una ragione?
O è stata una brezza inattesa, uno scatto repentino dei muscoli o dei tendini … un urto subito per distrazione che improvvisamente – senza volerlo – ha svelato l’inganno, ha dissolto il desiderio di avermi accanto nel viaggio ?
Disegno ancora cerchi con le mie gambe. Ma non è questo che vorrei.
Vorrei scagliarmi oltre questo manto bruno di argilla sotto ai miei piedi, arrivare alla nudità della terra, scavarla con le mie mani, affondare le unghie e le dita nel suo calore umido, sporcare la mia rabbia e il mio dolore, scendere giù fino a dove le mie mani saprebbero spingersi e cercare la ragione vera di questo peso che opprime il mio corpo e mi toglie il respiro.
Vorrei trovarmi caduta nella fossa scavata, avvolta dalle sue pareti morbide, più vicina all’anima della terra. Chiederei a lei perché sei fuggito …chiederei a lei se sarò ancora in vita quando ritornerai.
L’ultimo limone che restava sul mio albero, cedendo, è caduto. Rotola in varie direzioni, incerto. Non sa se cercare un angolo che gli offra riparo o abbandonarsi ai venti. Non sa se resistere o scaraventarsi di sotto. Restare frutto che sa trasformarsi dentro di noi o divenire gioco sferico e giallo che si usa e si getta nelle scatole polverose dei ricordi quando non serve più. Lo seguo con lo sguardo, ancora dietro ai vetri che mi fanno invisibile. Lego, con i pensieri, la sua sorte alla mia. Mi dico che aspetterò che sia lui a trovare la direzione, lui a decidere. Che sia lui a dimostrare per primo la sua forza o la sua debolezza. Lo guardo sbattere contro il muretto basso e ruvido che cinge la pensilina, contro le ringhiere eleganti, pungersi sulle spinose piante grasse invecchiate al sole. Mi sembra di farmi male. Potrei uscire e raccoglierlo. Correre a metterlo sotto un getto freddo d’acqua che gli restituisca freschezza e lo liberi dalla polvere. Aprirlo con un coltello affilato, prenderne il succo e la polpa, dare uno scopo al suo essere nato e cresciuto su quel ramo sottile. Ma perché dovrei farlo ora che ho legato il filo della sua esistenza alla mia?
Perché dovrei, ancora una volta, restituire da me un senso al mio essere, a lungo appeso ad un ramo troppo fragile per sostenermi ?
Perché, se nessuno si ferma a raccogliermi, dovrei sottrarmi al gioco che vuole fare di me una sfera inutile, se non per poco, che non si trasforma ma muore, gettata via o solamente dimenticata per distrazione o per noia?
In quale scatola mi hai gettata? In quale cassetto?
Quello dei ricordi piacevoli e brevi o quello dei contrattempi e dei fastidi immancabili che affliggono certe giornate?
Non vorrei essere fra i ricordi graditi. Non vorrei stare fra i contrattempi e i fastidi. Vorrei essere nascosta nell’angolo più oscuro della tua casa, nel posto più alto o più basso, inaccessibile. Laddove tieni le cose più dolorose e spiacevoli, le spine che hai tolto a fatica dalle tue mani dopo che vi erano entrate per caso con la pretesa di restare dentro di te. Perché come il tuo abbraccio ha suscitato tutto il bene che custodivo con cura, così il tuo abbandono e la tua assenza suscitano ogni grido sopito, ogni forza in grado di demolire e distruggere che alberga in me, e che ignoravo fino a questo momento.
Quale donna piange con più disperazione?
Quella segnata dalla fuga del padre che l’affida alla vita disarmata? Quella lasciata in un vicolo dall’uomo che amava e che l’aveva resa felice per anni col cumulo delle sue promesse? Quella rimasta sola nella sua casa dopo l’addio di suo figlio, diventato uomo? Quella abbandonata senza una ragione dall’amico, compagno di viaggio, col quale aveva diviso silenzi e parole?
Con quale compasso segneremo il cerchio che rende queste donne sole? Con quale fluttuare di gambe e di parole?
E il pianto dell’una si perde nel lamento dell’altra ma non si placano entrambi.
Stanotte, quando tutti saranno caduti in un sonno profondo, uscirò cercando le favole e le leggende che avevi inventato per me.
Quelle che raccontavi accarezzando i miei capelli e quelle che avresti scritto se il vento non ti avesse portato così lontano.
Le cercherò lungo le strade deserte e i cortili infestati dai gatti randagi. Domanderò agli uomini ubriachi che sostano con sguardo minaccioso davanti ai bar aperti fino all’alba. Rovisterò fra gli oggetti lasciati ai margini dei marciapiedi prima che una macchina rumorosa arrivi a pulire, cancellandone ogni traccia. Quanto dovrò camminare per portare le tue favole di nuovo da me? Cosa farò se si sono perdute per sempre? Non dormirò più senza la loro musica. Non immaginerò più. Non vedrò che le cose come realmente appaiono nella loro banale crudeltà. Non sognerò più nella notte e neppure di giorno. I miei occhi stanchi si coloreranno di rosso. Perderanno la capacità di riflettere gli umori del cielo. La mia pelle incontrerà gli anni che non ho ancora vissuto, mi renderà priva della mia giovinezza.
Dove sei ora che le tue tracce si sono confuse fra la gente?
Hai indossato l’abito più scuro che avevi, sei fuggito con passo lento e sicuro per non farti riconoscere nel tuo andare. Il capo leggermente chino come di chi vuole sottrarsi agli sguardi, le mani in tasca per non lasciarti sfiorare. E il silenzio.Sì, il silenzio. Che amo e detesto. Che fa sciogliere le mie difese e che sa pure risvegliare tutte le ire che la mia ragione trattiene. Perché esiste un silenzio che lascia parlare il corpo, che libera le emozioni più intense e fragili, che crea legami e ci conduce più rapidamente ad incontrare. Ma esiste pure un silenzio vigliacco e crudele che seda ogni istinto per scegliere la pace della solitudine, che tace su ogni parola in cerca di voce, che non lascia speranze dietro di sé, che non spiega ma impone la sua viltà. Ed è il silenzio dell’abbandono. Il silenzio che hai scelto per me.