Giorgio Morale
Il mare dal romanzo Paulu Piulu
Lo zio Saro portava spesso Paolo al mare, quando Paolo andava a trovare la nonna e lui era in casa – ma la casa era troppo stretta per le sue inquietudini di adolescente. Allora portava Paolo in bicicletta – e a Paolo toccava il posto più scomodo: il telaio.
Paolo scopriva il mare come un cane dopo le ultime case, le case in costruzione, i giardini. Man mano che si avvicinavano, quel triangolo azzurro che dal più antico dei ricordi non smetteva di accompagnare per strade e strade di Avola diventava brezza, odore salmastro, chiarità. A volte si fermavano, fra curiosi e mosche, davanti alle case di pescatori che stavano di sentinella alla Marina Vecchia. I tetti erano altissimi, reti brune pendevano alle pareti come arazzi, tutto odorava di tonnina. Niente distoglieva i pescatori dal lavoro. Erano scalzi, con risvolti ai pantaloni, petto nudo – o camicia aperta, stretta da un nodo a farfalla.
Arrivati sulla spiaggia, Saro esibiva la sua abilità. Era bravo nell’insegnare ai sassi strade sul mare. Paolo imparò a contare seguendo i salti a pelo d’acqua. Dopo Saro diceva a Paolo di aspettarlo sulla spiaggia e correva sui barconi enormi che giacevano nella grande “tonnara”, davanti al porticciolo della Marina Vecchia. Paolo lo vedeva dal suo posto di osservazione arrampicarsi sui barconi con altri ragazzi: tante figure nere, visti in controluce. I loro movimenti, nella lontananza, erano silenziosi; i gesti, rimpiccioliti e rallentati; poi sparivano tutti, inghiottiti dalle rigonfie pance delle imbarcazioni, partiti per un viaggio fantastico che anche Paolo bramava. A volte Paolo temeva che lo zio partisse davvero e si spaventava, ma in genere aspettava un po’ prima di chiamarlo; nel frattempo, si trovava a tu per tu con il mare. Prima vedeva roteare davanti agli occhi tanti atomi luminosi, che a tratti lo inducevano a smarrire la prospettiva, non fosse stato per i gabbiani, attenti a tracciare il lontano e il vicino con i voli. Un momento dopo, con un cambiamento della messa a fuoco, gli sembrava di poter spingere lo sguardo fino a distinguere il punto esatto in cui terra e mare si congiungevano. In quel punto, a volte gli capitava di scorgere un azzurro diverso da quello del mare e del cielo, e lo attribuiva alla costa di una terra lontana. Si domandava come facesse a stare insieme tanta acqua a separarlo da altre terre, che, era sicuro, avrebbe raggiunto un giorno, e sentiva irrefrenabile la spinta a levarsi in alto in alto, fino a tendere con l’occhio un filo che congiungesse la sua terra con quelle d’oltremare. Ma tutto ciò che gli era concesso era ergersi in punta di piedi su un rialzo o su uno scoglio per superare quella prospettiva schiacciata che alla lunga l’opprimeva, nella quale la battigia era il vertice di una piramide rovesciata che aveva come facce il mare e la terra e come base il cielo: e lui, piantato in prossimità del vertice, si sentiva prigioniero.
A volte in un eccesso di coraggio, rispondendo al fascino delle onde, Paolo avrebbe voluto andar loro incontro. Altre volte, fatto improvvisamente codardo, fuggiva gli assalti di mille lingue che si protendevano a far vacillare la sabbia sotto i piedi, come quei cani che, nonostante ti dibatta per scrollarteli di torno, ti stanno sempre alle calcagna. Tra un estremo e l’altro, Paolo faticava a trovare la giusta posizione. A volte s’aspettava che, come un miraggio, apparisse all’orizzonte un punto quasi indistinguibile, che poi avanzasse velocemente sulle acque aumentando dimensioni e acquistando figura umana. Altre, si figurava di essere egli stesso a scivolare sulle acque, tratto da una forza arcana. Altre ancora, situava l’arcano sotto le acque. Paventava mostri enormi, grandi quanto il
mare e con tentacoli pronti a svolgersi in tutte le direzioni. Li sentiva crescere nell’attesa, sotto l’apparente indifferenza della superficie, finché, incapace di durare quella fantasia, l’interrompeva, decidendo di relegarli negli anfratti marini, da cui mai si sarebbero mossi, e di placare i pensieri nella visione della calma incolumità di vele lontane.