Novelle metropolitane

Romeo

La cantilena del vecchio avvistatore, incomprensibile eppure così familiare, accresceva in Romeo la voglia di assopirsi. Il beccheggio della feluca, in quel pomeriggio caldo e ventilato, gli provocava una sorta di irrequietezza, malessere insolito per lui di indole calma. Le domande che gli frullavano in testa non trovavano adeguate risposte. Il comportamento di Noemi era per lui un enigma ormai da un bel pezzo. I primi mesi di matrimonio erano filati lisci, poi, lentamente, gli atteggiamenti strani di sua moglie erano diventati sempre più frequenti. Gli era capitato di averla cercata per ore nel paese per poi vederla spuntare dalla fermata del bus in arrivo dalla città vicina. Così, senza una spiegazione, solo poche parole che non chiarivano granché. Pranzi non preparati, intere giornate senza alzarsi: Noemi stava trasformando i suoi comportamenti insoliti e irritanti in azioni ripetute che solo la calma di Romeo riusciva a tollerare. Ma, inutile nasconderselo, qualcosa non andava per il verso giusto e non riusciva a capacitarsene. Inizialmente, aveva pensato che Noemi era abituata a non avere molte responsabilità e aveva atteso che si adeguasse al ruolo della moglie di un marittimo, di un pescatore che trascorreva più ore in mare che sulla terraferma. D’altronde neanche lui era avvezzo a occuparsi di faccende domestiche e di cucina, e su questo erano simili. Ma alla lunga, la situazione non era migliorata e l’atteggiamento complessivo di Noemi era sempre più difficile da capire. La ragazza si chiudeva in mutismi molto prolungati, oppure scoppiava in pianti insistenti senza un motivo apparente. La guardava negli occhi e, in quei momenti, l’espressione di sua moglie era lontanissima da lui, distante ed enigmatica. Un velo di sofferenza era l’unica cosa che lui riusciva a cogliere, sofferenza che, del resto, captava nell’animo della giovane moglie in modo costante. Già, ma perchè? Si erano conosciuti nel paese pedemontano della ragazza e si erano subito messi assieme, lei, dalla pelle bianca e dai lunghi capelli castani, lui scuro di carnagione e dagli occhi azzurri e trasparenti. Una coppia bella e molto ammirata nel piccolo paese marinaro dove Romeo era cresciuto e dove erano andati a vivere. Sapeva che le stranezze di sua moglie avevano attirato l’attenzione delle persone da cui, però, non si aspettava di ricevere alcun aiuto. Anzi, capiva che Noemi sarebbe andata incontro all’isolamento e alla diffidenza collettiva. E lui era inerme perché non poteva in alcun modo cambiare le cose. Le parole del dottore non gli erano state di aiuto: i medicinali avevano per un po’ sedato le crisi di Noemi che nel frattempo era ingrassata, assumendo un aspetto scialbo e poco curato. Le ricadute erano diventate meno frequenti ma più violente. Era tornato dall’ultima battuta di pesca con il cuore in gola. Era stato chiamato con urgenza al cellulare, ma aveva dovuto attendere la fine delle operazioni per tornare a casa. Dove, impaurito dalla piccola folla davanti al portone, aveva trovato la madre di Noemi e il dottore. Noemi, barricata dentro, rompeva suppellettili e non apriva il portoncino. In quel momento, si era sentito mancare e aveva sperato di condividere con la moglie un po’ di quella tragica sofferenza per riuscire a domarla e a sconfiggerla, almeno in parte. Ma non poteva accadere niente di simile, lo capiva fin troppo bene. Il grido del vecchio avvistatore, all’improvviso, lo scosse. «U piscispata, u piscispata», subito l’equipaggio della feluca si era messo in movimento per catturare l’animale. Che, in realtà, era una coppia di pescespada che nuotava quasi a pelo dell’acqua.«A fimmina, a fimmina…». Conoscendo le abitudini del gran pelagico, l’attenzione ora era rivolta ad arpionare la femmina. La concitazione era al massimo. La femmina fu subito arpionata e poi, con una grossa cima, messa a traino della piccola imbarcazione a seguito della feluca. Il maschio seguiva la sua femmina arpionata, come fanno tutti i pescespada che arrivano a farsi catturare pur di continuare il viaggio della loro esistenza accanto alla compagna. «U firru, u firru…». Romeo si rese conto che le grida erano rivolte a lui che, invece di colpire il maschio, era rimasto imbambolato a osservare il comportamento della coppia dei poveri animali segnati nel destino. Poi, si sentì strattonare e capì che qualcuno stava ultimando l’opera a cui le loro esistenze erano votate: la pesca di esemplari di pesce spada destinati ad essere esposti e serviti, già dopo alcune ore, in famosi ed esclusivi ristoranti del nord. Noemi non aveva aperto e i camici bianchi avevano proposto e attuato, con la firma del sindaco del paese, il trattamento sanitario obbligatorio, prendendo con forza la giovane donna che, sull’ambulanza giunta a sirene spiegate, scortata dai vigili urbani, fu portata all’ospedale della città più vicina. Le lacrime di allora rispuntarono sul volto di Romeo, mentre i suoi compagni issavano il maschio arpionato che, finalmente, era di nuovo accanto alla sua femmina.

Niente di inventato

L’aereo è appena decollato. Mio figlio si stringe a me, un po’ spaventato ma eccitato dal viaggio e dall’idea di rivedere il padre fra poche ore. Chiudo gli occhi. Finalmente uniti. Saremo una vera famiglia, io, Sahid e il bambino.

Avevamo scelto, quasi per gioco, ma l’idea ci attirava per davvero, di celebrare il matrimonio come la tradizione del nostro paese vuole da secoli. Ovviamente, nei nostri limiti di tempo e di disponibilità. È stato un gioco che è diventato sempre più serio avvolgendoci nella commozione e nell’atmosfera della sacralità. L’oro dei damaschi, l’hennè dei decori, la sontuosità dei vestiti che la ngafa mi aiutava a indossare nei sette giorni di festa prima della cerimonia nuziale… ricordi che porterò per sempre nel cuore, fonte di gioia perenne. E poi… sposi, il chiarore della luna sull’ebano dei nostri corpi, le sue mani sui miei capelli ancora intrecciati con piccoli fiori, l’emozione di una notte in cui l’infinita dolcezza dà sapore ai gesti della passione…

La casa che Sahid ha preso in affitto è alla periferia nord della città. La cinta di alberi attorno al quartiere attutisce la bruttezza degli edifici, tutti con il porticato molto basso. Una rampa di scale ed entriamo nell’appartamento. Ci viene incontro una ragazza, occhi nerissimi e spaventati.
«Chi è?», chiedo a mio marito dal momento che nessuno apre bocca.
«È Fatma, tu starai in casa con lei…».
«Cosa vuol dire?», grido allarmata.
«È la moglie che ho sposato qui».
«Come, hai sposato? Non è possibile…».
«Sì, è possibile farlo qui, molti fratelli lo fanno».
«Cosa fanno, il matrimonio orfi, per caso? Da noi non vale, lo sai bene, non ha validità, e secondo la nostra legge…».
«Zitta, le cose hanno il valore che gli uomini danno loro e per i fratelli è lecito il matrimonio temporaneo».
«Quali fratelli? Ti esprimi come non avevi mai fatto… Non sei mai stato un estremista… nel nostro paese non hanno credito… E qui, ora… invece… Sei indegno di me e di lei… e della nostra legge. Hai calpestato il contratto del nostro matrimonio, abbiamo firmato scegliendo la monogamia. E tu, non capisci, sei priva di diritti in quanto non sei moglie… ».
«Taci e ubbidiscimi. Resterai in casa con lei… ».
«Come puoi pretendere questo, non lo farò mai, non accetterò una cosa simile…».
Inizia a picchiarmi, la ragazza allontana da noi due il bambino. Pugni, schiaffi, l’ira cieca e bestiale di colui che credevo il mio sposo fiacca qualsiasi mio tentativo di reazione. Ho ancora la forza di gridare: «Che tu sia maledetto dagli uomini e da Dio… ». Furente, si allontana. Mi lascia per terra, ferita nel corpo e nella dignità. Mi sento una bestia. Siano maledetti gli uomini che lo hanno trasformato, e anche questa guerra che ha esasperato e diviso… e chi, in nome di Dio, di qualunque Dio, fomenta l’odio e il fanatismo…

L’amore di una vita

Ancora poche settimane e cambieremo vita. Non riesco a immaginare come vivremo senza l’agenzia. Per un po’ ci ospiterà la campagna dei suoi, immersa nella splendida valle del Parco. Poi si vedrà. Ripasso mentalmente i gesti quotidiani che hanno scandito la nostra vita negli ultimi anni: l’odore del caffè e della schiuma da barba la mattina, la sosta davanti al fornaio per poi immergersi nel traffico e raggiungere l’agenzia. La routine non ha intaccato passione e affetto. Mi piace il suo modo di gestire il tempo, senza affanno nonostante i ritardi, facendo tutto con la giusta attenzione. La sua calma ha sempre assorbito la mia ansia. Ricordo quando ci siamo conosciuti…

Ero poco più che trentenne, lavoravo nel settore contabile di una grande azienda che mi impose una settimana di formazione in un centro di una grande città bagnata dal mare. Per il soggiorno scelsi un villaggio con i bungalow a ridosso della costiera. Mi è sempre piaciuto il mare d’inverno: i colori tenui, il suono ovattato delle sirene delle navi, la foschia che lo avvolge con la sua particolare atmosfera. Da tempo desideravo ritrovarmi in solitudine accanto al mare. Il villaggio sembrava deserto: avevo deciso di rimanere quanto più possibile in quell’angolo di scogliera. Sin dal mattino dopo il mio arrivo, mi accorsi che dal locale accanto al mio provenivano dei rumori. Gli unici rumori dell’intero villaggio, essendo il mare incredibilmente silenzioso. Quando rientrai la sera, capii che il misterioso vicino stava facendo in modo che lo sentissi. Iniziò così una curiosa corrispondenza di suoni, come se volessimo comunicare le nostre presenze senza svelarci immediatamente. Lo strano tam tam andò avanti tutta la serata, con il mare di fronte e il buio dell’inverno. La mattina seguente, manco a dirlo, ci alzammo alla stessa ora: sentii che stava aprendo la porta e aspettai di vederlo passare. Avvolto nell’accappatoio, nonostante la doccia in camera, si diresse verso il locale dei servizi in comune: passando guardò verso la mia camera. Alto, magro, una decina di anni più dei miei, mi colpì lo sguardo sicuro e divertito. Quando uscii per recarmi al corso, me lo trovai di fronte: gli occhi magnetici sottolineavano la gentilezza delle parole. Capii che mi stava invitando a cena. Gli dissi di sì: ebbi la sensazione che tutto era già scritto da qualche parte.

Oggi ho chiesto ai ragazzi che subentreranno nella gestione dell’agenzia di non togliere immediatamente il cartellone con i nostri nomi: un marchio di successo non va eliminato all’improvviso, pena la futura conduzione dell’azienda. In realtà, devo ancora abitarmi all’idea di vedere cancellata la scritta che è passata in sovrimpressione sulla nostra vita: Arturo e Claudio Soci.

Il mafioso

Il ragazzo dal maglione rosso scese dall’auto in preda allo sgomento. Ebbe la sensazione di svenire davanti al portone della caserma. Il carabiniere lo sorresse. Non era un delinquente, ma lo trattavano come tale. Lo sarebbe ben presto diventato.

Il vento fresco si insinuava nel colletto della giacca. Il portone dell’istituto era già chiuso dietro di lui. Si sentì — per alcuni lunghi attimi — smarrito e solo al mondo, come era successo tanti anni prima, al momento del suo primo arresto. Gli era ben chiaro che nessuno, come allora, avrebbe compreso il terrore e il panico. Sapeva che questa volta neanche i professionisti della carità si sarebbero interessati a lui, graziato da un indulto inaspettato e, per tanti, inopportuno.

Il paese, ai tempi della grande emigrazione, era svuotato non solo delle braccia più forti ma anche di speranza e voglia di vivere. La nonna anziana che lo accudiva diventava ogni giorno sempre più sofferente e aveva trovato il modo di aggiustare nella piccola stanza al pianterreno i due letti, per lei e il nipote, proprio vicini alla cucina e al bagnetto. Lo spazio vitale racchiuso in pochi metri quadrati, in modo da non salire le scale di quella casa stretta e lunga, ancora da sanare e tirata su con le rimesse che suo figlio e sua nuora avevano negli anni assicurato al resto della famiglia rimasta in paese, la nonna e il nipote, appunto.
La scuola era un vero e proprio disastro. La sofferenza diventava sempre più grande per lui e gli insegnanti incontrati fino alla terza media, che aveva sancito il passaggio all’età adulta, con ore e ore di consegne a domicilio delle mercanzie che il negozio di zì Giuseppe conteneva all’inverosimile. E fu durante una di quelle consegne che gli sbirri lo attaccarono per la prima volta.
La casa del Professore era enorme, con le tende ricamate e tanti soprammobili tirati al lucido. Attendeva che la signora tornasse da una delle camere con la solita busta da dare al padrone del negozio quando sirene e urla interruppero la solita sequenza di consegna e ritiro. Non capì granché di quello che stava succedendo.

Della sua carriera ricordava con nostalgia solo il periodo in cui gli era stato ordinato di accompagnare, come autista e uomo di fiducia, il dottore durante l’intera campagna elettorale. Vestito sempre bene, alla guida della macchina lucidata come per i matrimoni, aveva la sensazione di toccare con mano come era cresciuta la considerazione della sua persona in paese e tra gli uomini rispettabili. Anche quel periodo era finito in malo modo, durante un pranzo in una trattoria chiusa al pubblico per l’occasione. Aveva accompagnato il dottore ed era rimasto fuori, assieme agli altri autisti, ad attendere che il capo mandamento incontrasse i suoi uomini in quella riunione conviviale e chiarificatrice.
Si parlava sempre più di appalti e uomini politici, ma non tutto era così chiaro all’interno dell’organizzazione. C’era chi non voleva accettare le nuove regole e i nuovi referenti. Sta di fatto che una soffiata aveva provocato una carneficina e parecchi arresti.
Dentro, con il tempo, aveva capito che molte cose erano cambiate e che, forse, di lui, ormai più che cinquantenne, sempre e solo gregario, nessuno aveva più bisogno. Si era così abituato alla quotidianità coatta sapendo che non c’erano alternative per la sua esistenza, bruciata e marchiata indelebilmente.

Si fermò a guardare chi sarebbe uscito dalla macchina dei poliziotti per entrare nell’istituto che lo aveva improvvisamente gettato fuori. Già, perché redenti e colpevoli escono sempre dalla stessa porta. Non c’è il circuito sporco-pulito. Un ragazzo poco più che ventenne, forse straniero, visibilmente in preda allo sgomento e alla paura trascinava i passi, sorretto dal gendarme. Lo guardò in faccia e proprio lui, il pluriomicida della cosca di Tanu ’u serpente, ebbe un moto di profonda compassione.

La moglie del podestà

In apparenza, per la famiglia del podestà era una giornata come tutte le altre. Sua moglie Fenisia, però, sentiva crescere ogni minuto di più l’ambascia che non le aveva fatto chiudere occhio l’intera notte. Quella mattina, con la corriera delle sette e mezza, arrivava dal paese la disgraziata di sua sorella con un piccolo fardello nascosto nello scialle di lana. Non tanto per riparare la creatura dal freddo, quanto per evitare che gli occhi e, soprattutto, le orecchie di qualcuno capissero di quale disonore si fosse macchiata la sua famiglia. Una svergognata, ecco cosa era la sorella: nubile, aveva partorito un bambino rifiutandosi di abbandonarlo, nonostante le pressioni perché accettasse di disfarsi di quell’ingombro, prima che fisico, sociale. Già, perché Fenisia era la moglie del podestà, la donna più potente e invidiata di quella misera e provincialissima cittadina, che tutti gli abitanti però consideravano il centro del mondo. La ragazza, dopo essere stata cacciata di casa dai genitori, le aveva chiesto di ospitarla. Lei aveva risposto immediatamente di no, poi, di fronte al pianto disperato della donna, aveva detto di sì, a patto che il piccolino fosse nascosto a tutti, compresa la servitù. La giovane madre sarebbe rimasta chiusa in camera con la scusa di un forte esaurimento nervoso che le impediva di sopportare la vista delle persone, che, del resto, era meglio che stessero alla larga da quella malata di nervi, imprevedibile nei comportamenti. Più che per i guai della donna, si era convinta ad architettare quella soluzione per i giudizi che immaginava venire fuori se si fosse saputo del figlio illegittimo della sorella. L’onorabilità dell’esemplare famiglia del podestà ne sarebbe stata minata per sempre. Il governo avrebbe potuto anche destituire suo marito dalla carica così prestigiosa ora che potere e ricchezza, nonché considerazione sociale, erano in costante aumento per i servitori fedeli dell’impero fascista, inebriato dall’avventura coloniale del momento. Non importava ad alcuno se, nel frattempo, si scimmiottava pericolosamente il Terzo Reich nella persecuzione di ebrei e oppositori del regime. Quanto a lei, non sarebbe stata più l’elegante e invidiata moglie del podestà, sempre al centro dell’attenzione nelle occasioni di gala, immancabile, come il notaio e il monsignore del paese, con la sua voce stridula e i modi affettati. Non poteva perdere tutto a causa di un figlio bastardo. Attendendo l’arrivo della sorella, con il solito sorriso sempre stampato, più simile a un ghigno, sulla faccia ingiallita nonostante i belletti spalmati, parlò alla servitù raccomandando la massima cura nella lontananza dalla sorella segregata. Di lì a poco, sarebbe entrato nella casa del podestà il piccolo Andrea, figlio del partigiano Valerio, nome di battesimo Marco.

Gaetano

Il sole creava giochi di luce con gli angoli di rifrazione più impensabili, come le paratie tirate a lucido e i vetri dei pescherecci. L’effetto d’insieme era un luccichio abbagliante che si disperdeva in infiniti rivoli, tutti confluenti nel grande e immenso bagliore del mare illuminato dai raggi mattutini. Gaetano era uscito di casa con la maglia consegnatagli dagli operatori della Riserva perché la indossasse durante le gite in barca con i turisti ai confini dell’area protetta: per lui, indossare quella maglia equivaleva a mostrare uno status che finalmente gli veniva riconosciuto all’interno del porto, dove era cresciuto e dove tenacemente, come un’ostrica sulla roccia, aveva impiantato la propria esistenza.
Emigrare in Germania o al nord era stata la soluzione più frequente adottata dai suoi coetanei al momento di programmare la vita adulta: Gaetano aveva evitato di andarsene perché sentiva di non farcela fuori dai confini portuali che costituivano l’universo di chi, come lui, aveva intrecciato la propria vita con le acque limacciose di quel canale. Tutti coloro che erano rimasti avevano la sensazione di avere superato le prove più dure scaturite dalla scelta di rimanere, ora che i pescherecci erano stati rinnovati grazie agli aiuti ricevuti e la riserva stava attirando molti più turisti che in passato.

Si risvegliò che era ancora buio con un dolore forte alla testa. Lentamente capì che era riverso sulla battigia con i vestiti inzuppati. Le immagini scorrevano come flash: la bambina che gridava durante il giro in barca con i genitori, terrorizzata alla vista del delfino squarciato; lui imbarazzato di fronte alle domande dell’intera famiglia, il povero animale che mostrava al cielo il suo ventre aperto con precisione chirurgica. Sapeva benissimo che erano stati i pescatori, da sempre infuriati contro i delfini accusati di allontanare il pesce o di mangiarsi i totani… Decise di entrare in azione: si sentiva pronto per affrontare coloro che, come lui, traevano con fatica da quel mare le risorse per campare e non lo rispettavano come avrebbero dovuto.
Li avrebbe attesi la sera stessa al momento in cui uscivano per la battuta notturna. Le argomentazioni da utilizzare gli erano ben chiare: negli incontri con gli operatori dell’area marina aveva sufficientemente maturato la convinzione della tutela del mare e delle sue creature. Avrebbe anche minacciato di denunciare gli autori di nefandezze come l’uccisione del delfino scoperta durante il giro in barca.
Andò subito dai pescatori che immaginava avessero squarciato il povero animale, colpevole di attingere cibo da quelle acque. Erano conosciuti nel porto per il loro modo di fare rozzo e selvatico: lo fecero parlare e lo invitarono a salire nell’imbarcazione. Una volta a largo, presero a picchiarlo colpendolo con pugni e calci, deridendolo: “A cù denunzi? Chi voi? U mare bellu, u deffinu… Sti minchiate nun fannu campari, u capisti?” Per Gaetano era chiarissimo, invece, che sarebbero state le uniche cose capaci di far campare il mare e la povera gente come lui e quei pescatori: capì, in un istante, che il sapere è pericoloso quando si scontra con l’ignoranza altrui.
Ma, in quel momento, gettarsi in acqua per tentare di raggiungere a nuoto la riva costituiva l’unica azione da compiere.

Jadransko More

Ivan da bambino aveva sognato a lungo il mare. Desiderava vederlo fin da quando, in tempi lontani, ne aveva scoperto l’esistenza grazie alla cartolina giunta da una coppia di parenti in viaggio di nozze: evento eccezionale perché nessuno aveva l’abitudine di inviare cartoline di saluti alla sua famiglia. Jadransko More, Mare Adriatico, era il laconico nome in croato dato al paesaggio raffigurante una folta pineta su una lingua di sabbia dorata accarezzata dal blu cobalto. Ivan per giorni aveva ammirato quel paesaggio, prima che scomparisse in una scatola di cartone in cui la madre custodiva foto e documenti ritenuti degni di attenzione. Come il suo certificato di battesimo e la croce consegnata dal prete quando aveva partecipato per la prima volta al rito della comunione. La religiosità della sua famiglia era tanto grande, quanto la povertà della gente del piccolo villaggio in cui viveva. Tutto ruotava intorno ai riti e alle cerimonie religiose.
Ivan ricordava spesso la sua infanzia, mentre guardava i biondi tedeschini che serviva in quell’hotel internazionale sull’isola della Dalmazia. Una delle poche isole abitate, sicuramente una delle più note. L’albergo di internazionale aveva solo il nome perché tutto era studiato e predisposto per avventori tedeschi: in particolar modo la cucina, tragicamente insopportabile per i pochi italiani che capitavano in quella struttura. La lingua ufficiale era il tedesco: il croato, l’idioma locale, era usato solo dalla gente di servizio. Ivan lavorava ai tavoli e in cucina, per dieci ore al giorno. Nel sabato libero, poteva concedersi una passeggiata sul lungomare, tra quei pini che lo facevano fantasticare da piccolo. Passeggiava tra bagnanti e bancarelle e spesso si soffermava a salutare Petro, quando questi non era impegnato ad accompagnare i turisti nel giro dell’isola. Petro era stato suo ufficiale fino a pochi anni prima, nelle truppe di prima linea sul fronte bosniaco. Un soldato ritenuto valorosissimo e coraggioso agli inizi della guerra, per trasformarsi nel tempo, insieme a tanti altri croati, ma anche a bosniaci e a serbi, in sanguinario giustiziere di inimmaginabili crudeltà viste e narrate. Il giustiziere che si trasforma in carnefice. La mutazione era avvenuta in Ivan, in Petro e in chissà quanti altri valorosi guerrieri, difensori di identità religiose e nazionali. Una scheggia aveva deturpato il bel viso di Ivan. Proprio sotto l’occhio destro, la cicatrice tirava verso il lato superiore della faccia. Ma non erano solo Petro e la cicatrice a riportarlo indietro nel tempo: era soprattutto la festosa allegria dei bambini in vacanza. La sua mente registrava il loro chiasso durante le ore di lavoro per restituirglielo, poi, nei momenti di tranquillità. La passeggiata settimanale era uno di questi. Ivan, fra i turisti distratti, sentiva il sangue pulsare, il malessere crescere e la fronte bagnarsi di sudore. Affrettava il passo e poi iniziava a correre, sempre più velocemente, con quelle grida di bambini che rimbombavano dentro la sua testa e che lo inseguivano, più veloci delle sue falcate. Altre voci e urla strazianti comparivano inesorabilmente, lacerandolo senza tregua in quella corsa impazzita lungo la riva dello Jadransko More: bambini terrorizzati che scappavano verso il campo minato dietro la minaccia dei fucili dei soldati, valorosi difensori dell’identità religiosa e nazionale.

Maria Veronica

Maria Veronica aveva voluto dare una svolta alla sua esistenza. Da tempo sognava di abbandonare la piccola città nell’ovest cubano dov’era cresciuta per andare a vivere in uno di quei posti da dove provengono le straniere occidentali, con i gioielli e gli abiti lussuosi che la sera esibiscono a passeggio nel Varadero e nei locali riservati ai turisti. Sicuramente ricche per pagarsi vacanze in luoghi così lontani e fare sfoggio di tanta eleganza. Sua cugina Lucia avrebbe voluto, invece, lavorare nel turismo, diventando una guida a servizio di una delle tante joint venture che con il governo cubano investono nel settore. E così, si erano rivolte al babalao. Il sommo sacerdote, vestito di un bianco sgargiante, le aveva ricevute il giorno della divinazione nella saletta con l’altare e le donne pronte ad aiutarlo nella cerimonia dedicata all’orisha, una delle tante divinità africane nascoste dai cubani all’interno delle identità dei santeri cattolici imposti dai dominatori spagnoli. Subito i tamburi avevano iniziato ad accompagnare con il loro ritmo i preparativi, la sistemazione delle collane da indossare e delle erbe dedicate al santero che avrebbe di lì a poco ricevuto in sacrificio il sangue dell’animale da lui prediletto. Il profumo intenso delle erbe, il ritmo dei tumbadora, le formule nel linguaggio Yoruba, continuamente ripetute dal babalao, il sangue dell’animale sgozzato… Maria Veronica capì che stava svenendo. Due mesi dopo era in Italia.

“Sole, mare, la vita che piace a tutti qui” si ripeteva quasi autoconsolandosi guardando dallo stabilimento gli ombrelloni posti a semicerchio. Le prime file erano utilizzate per le palme, ombrelloni grandi per quattro volte quelli normali, con i fili di paglia sintetica intrecciati a colori azzurri e gialli, quasi a evocare paesaggi tropicali in quel pezzo d’Italia in cui l’estate termina inesorabilmente il giorno dopo ferragosto, nonostante non cambi alcunché nella condizione meteomarina dei giorni successivi.
Ma tutti, bagnini, proprietari di stabilimenti e bagnanti, sanno che la giornata del quindici di agosto segna la fine della stagione e non c’è alcuna possibilità di far cambiare opinione a proposito. Maria Veronica era arrivata da otto giorni e l’unica cosa che l’aveva colpita per davvero erano le occhiate insistenti che tutti le rivolgevano al di là dei saluti di benvenuto che i clienti dello stabilimento le avevano rivolto immediatamente. Prolungate oltre misura quelle delle donne, maliziose quelle gli uomini. Ma si sa, una cubana, ancora giovane e dalla pelle scura, desta sempre molta attenzione, soprattutto nella gioventù di sesso maschile del borgo. I capelli crespi e lucidi, gli occhi da cerbiatta, l’altezza di una spanna più elevata rispetto alla media del posto, le avevano subito attirato la curiosità dei clienti e dei loro amici che, anche solo per un caffè, senza scendere in spiaggia, frequentavano il bar dello stabilimento, soffermandosi a chiacchierare e a cercare di attaccare bottone. Per ritirarsi in buon ordine non appena dalla cucina si affacciava Giovanni, il marito sessantenne della bella cubana, una vita spesa a piantare ombrelloni e a fare soldi, senza prole a cui lasciare il frutto della sua fatica. E una lite atroce e senza fine con i parenti più vicini a cui mai e poi mai avrebbe lasciato qualcosa in eredità. Aveva così pensato di procurarsi una moglie, perché no, giovane e bella alla quale lasciare tutto, pur di piantare in asso i parenti serpenti con cui aveva deciso di chiudere qualsiasi rapporto. Era volato a Cuba, ascoltando i consigli di chi continuamente faceva scalo negli aeroporti internazionali dell’isola, alla ricerca di avventure con donne stupende e disponibili, non come le “italiane musone e piene di cellulite”. Maria Veronica aveva accettato, valutando i “pro e i contro” di quella scelta che sapeva sarebbe stata irreversibile. Era finalmente in Europa, poteva acquisire l’aspetto di una donna occidentale e acquistare quei beni che vagheggiava di avere in abbondanza sin dall’adolescenza: scarpe, vestiti, gioielli… Non era riuscita nel suo intento? Non era quello il sogno di tante altre ragazze, pronte a sposare chiunque pur di andarsene? Nel pomeriggio oscurato da cumuli di nubi che minacciavano temporali e avevano svuotato la spiaggia, Maria Veronica fissava l’orizzonte di quel mare che stava cambiando colore. Non fermò le lacrime.

La scelta di Lina

Come ogni sabato, la signora Lina rientrava a casa dopo il giro nel mercato settimanale salendo lentamente i gradini dei tre piani di scale di quel vecchio palazzo affacciato sul lungomare.
Le strade del quartiere erano state occupate dalle bancarelle che gli ambulanti, sin dalle prime ore del mattino, iniziavano a montare scherzando e salutandosi. Anche i turisti non perdevano l’appuntamento con i profumi e i colori del mercato soffermandosi con le macchinette digitali davanti ai mucchi, disposti a piramide, di olive, bianche e nere, che si alternavano alle cassette dei vegetali tipici della zona. I formaggi, disposti anch’essi artisticamente, erano pecorini locali freschi e stagionati, con spezie e grani di pepe. Da quando cucinava anche per Kalid, la signora Lina comprava frutta e ortaggi cercando di rifornirsi per l’intera settimana: melanzane e peperoni erano il pezzo forte della sua spesa e dei piatti che ultimamente preparava in modo accurato. In verità, non cucinava tutti i giorni per il pakistano che da due anni abitava l’appartamento al primo piano del vecchio stabile né lo aveva mai invitato a casa sua; per abitudine, due, tre volte durante la settimana preparava pietanze che poi, sull’imbrunire, dava a Kalid di ritorno dal suo giro di venditore ambulante nelle piazze dei paesi vicini. Superata la diffidenza iniziale nei confronti del giovane, dotato di una grande capacità comunicativa, i rapporti di buon vicinato si erano subito affermati tra il pakistano e la signora Lina, vedova, prossima ai sessant’anni, con figli e nipoti sparsi in giro per l’Italia. L’insolita amicizia aveva disorientato per molto tempo la donna: ne aveva parlato anche con il parroco, senza però capire granché delle cose dette dal sacerdote. Questi le aveva spiegato che la carità cristiana non chiude le porte ad alcuno dei figli del Signore e che non tutte le religioni sono magnanime e buone come la cattolica. “Sempre in guardia” era stato il monito finale del prete. In guardia da cosa, rifletteva la donna: la pensione di reversibilità era l’unica sua ricchezza ed era passato da un pezzo il tempo in cui gli uomini la guardavano con interesse. La solitudine le pesava ma ormai faceva parte delle sue giornate scandite sempre dalle stesse abitudini. Kalid le raccontava le storie della sua famiglia e le vicende di oltre dieci anni di vita e lavoro in Italia, di come era riuscito a sopravvivere anche nei momenti più bui di quel soggiorno che da temporaneo, per emigrare altrove, era diventato sempre più definitivo. Le spiegava come al di sotto di una certa somma, da incassare mensilmente, non era più conveniente rimanere in Italia e come, da venditore ambulante di catenine e pietre dure, diventava sempre più difficile raggiungerla. A volte si soffermava su racconti riguardanti la sua famiglia e la signora Lina seguiva con curiosità l’evolversi delle liti tra la moglie di Kalid e la suocera che spesso, dopo un litigio, allontanava la nuora dalla sua abitazione. Un pensiero fisso occupava la mente di Kalid. Non riusciva a trovare la soluzione per far arrivare dal Pakistan in Italia il giovane nipote che, dopo la morte del padre, doveva mantenere l’intera famiglia composta da nove persone in un paesino toccato dall’ultimo catastrofico sisma. Kalid nutriva il timore di un possibile viaggio clandestino del ragazzo, nonostante le continue raccomandazioni tese a dissuaderlo da parte di tutti i parenti. Per evitare la clandestinità, occorreva dimostrare che era stato instaurato, secondo i crismi della legge in vigore, il rapporto di lavoro tra un cittadino italiano e il giovane prima ancora che questi lasciasse il suo paese. Ma come poteva accadere che un italiano assumesse un extracomunitario, residente addirittura in un altro continente, senza conoscerlo? Kalid aveva cercato da mesi un lavoro di qualunque genere per il nipote utilizzando tutta la sua diplomatica verve comunicativa con i conoscenti, i clienti occasionali, nonché gli amici delle associazioni di volontariato, ma erano stati tutti tentativi caduti nel vuoto. Diveniva ogni giorno più alto il rischio del viaggio clandestino, organizzato da gente senza scrupoli con agganci e protezioni in tanti paesi. La signora Lina avrebbe voluto aiutare il pakistano ma non riusciva a capire come. Aveva provato a sondare i parenti sulla possibile assunzione di un operaio da utilizzare per i lavori agricoli nei campi, anche per poche ore al mese, ma la diffidenza era stata subito insormontabile nei confronti del pakistano. Le avevano consigliato di non immischiarsi. Cominciava a cogliere un atteggiamento corale di biasimo nei confronti del suo darsi da fare per un nero di cui non sapeva alcunché. La sua era una storia di insolita solidarietà e ormai avvertiva la pressione del controllo sociale sul suo operato, fuori da tutti gli schemi per una donna sola di quella età. Eppure, si diceva spesso, non c’era nulla di male in quello che stava facendo. Era come aiutare un figlio in difficoltà, nonostante il colore della pelle e la religione diversi. Ma il giudizio altrui, soprattutto quello non espresso verbalmente ma di cui fiutava l’esistenza, iniziava a pesarle. Quel sabato non preparò cibi per Kalid ed evitò di salutarlo, come era sua abitudine, affacciata di sera nel balconcino da cui guardava la strada brulicante di gente e, un po’ più là, le luci delle imbarcazioni che solcavano quel tratto di mare. Mare che faceva paura a molti, come Kalid e suo nipote le avevano fatto comprendere fin troppo bene.
Andò a dormire presto, irrequieta come mai era stata negli ultimi anni. Si addormentò quasi immediatamente. Le apparve in sogno una mano che disegnava qualcosa su un foglio bianco. Capì che era lei la protagonista della visione onirica: con la punta fine di un pennarello stava tratteggiando rapidamente e con bravura un albero, iniziando dal tronco per poi indirizzarsi verso i rami inferiori, protesi orizzontalmente quasi a reggere il peso di quelli più alti. I rami erano spogli, come nei paesaggi invernali; la punta del pennarello si spostò velocemente verso la base del tronco quasi a cercare le radici da tratteggiare. Ma, all’improvviso, la mano si allontanò dal foglio in un moto di raccapriccio: al posto delle radici erano apparsi teschi che quel terreno immaginario sembrava contenere in gran quantità. Teschi grandi, piccoli, disposti l’uno accanto all’altro. Si svegliò, madida di sudore. Aveva preso la giusta decisione e sentì il sollievo che le stava procurando: sarebbe andata lei all’Ufficio del Lavoro a chiedere di far scattare la quota riservata agli immigrati per un pakistano da impiegare come domestico presso la sua abitazione, anche se per il minimo delle ore previste dalle norme contrattuali

Lorenzo

I campi di grano secchi e bruciati scorrevano alternandosi a pezzi di terreno dal colore più scuro. Lorenzo pensava che sicuramente lo zio in paese sapeva la ragione di quella struttura geometrica che i diversi colori evidenziavano: trascorreva intere giornate con lui in campagna ogni volta che tornava per le vacanze. Lo zio gli spiegava tante cose riguardanti le piante e la terra e il bambino si divertiva ad aiutarlo nei lavori meno pesanti. Il viaggio questa volta sembrava non finire mai: 24 ore in treno, dalla Germania lungo tutta la penisola, poi il rumore assordante di ferraglia che entra nel ventre del traghetto, il caldo terribile dello scompartimento, e, infine, il pulmino a otto posti che portava in paese, altre cinque ore sotto il sole cocente e con addosso un sonno continuamente in agguato. Alzando gli occhi dalla testa china, osservava le macchine con intere famiglie che viaggiavano in direzione del mare e una sensazione strana lo coglieva: perché lui non era in una di quelle macchine, con la sorellina e i genitori, l’ombrellone e la borsa termica piena di cose buone da mangiare in una domenica estiva soleggiata e rinfrescata dalla brezza marina? Era stato affidato ad una coppia di paesani, anche loro di ritorno nel paese di origine dalla cittadina tedesca dove erano emigrati tanti anni prima. I genitori avevano rinunciato alle ferie estive per timore della mobilità in agguato ormai anche nelle fabbriche tedesche, e la mamma non si era opposta alla sua richiesta di tornare a casa della nonna anche senza di loro. Lorenzo aveva accettato la compagnia di quei signori, e il viaggio era stato più duro del solito senza potere stendere le gambe o poggiare la testa sul grembo della mamma. Il pulmino finalmente stava girando attorno alla fontana della piazza grande del paese: Lorenzo notò la nonna appoggiata alla zia più giovane. Sceso, andò di corsa ad abbracciarle e capì che la nonna aveva problemi nella deambulazione. Lentamente raggiunsero l’abitazione che aveva nel pianoterra un’ampia stanza adibita a cucina. La camera a lui destinata era al piano di sopra; nel salire le scale Lorenzo si divertiva a osservare sui muri i visi seri dei suoi antenati, con i baffi lunghi e strani cappelli, mentre nelle stanze la sua attenzione era tutta per i soprammobili buffi e tirati a lucido che la nonna conservava chissà da quanto tempo. La gondola veneziana con la ballerina, un paesaggio di trulli con l’improbabile neve riposta nel fondo, uccelli imbalsamati e decine di bomboniere in vetro e porcellana: ogni cosa ricordava un evento e storie familiari. Dalla cucina si espanse l’odore inconfondibile di pasta con melanzane e pomodoro, e Lorenzo si affrettò a scendere. Mancava lo zio, ma Lorenzo sapeva che sarebbe tornato di sera dai campi. Raccontò alle due donne tante cose che erano successe dall’ultima volta che si erano visti. Si accorse dell’espressione smarrita della nonna e le chiese cosa avesse. La donna scoppiò a piangere raccontando al nipote che lo zio non sarebbe tornato perché era in galera da tre mesi. Aveva litigato con un pastore che portava a pascolo le bestie nei suoi campi coltivati; la disputa andava avanti da tempo fino al giorno in cui le cose erano precipitate. Dalle parole ai fatti: l’avvocato più bravo del paese era ora impegnato a dimostrare che si era trattato di legittima difesa. Ma i tempi della giustizia sono lunghi, molto lunghi e lo zio sarebbe rimasto in carcere chissà per quanto altro tempo. Lorenzo abbracciò la nonna posando la testa sulle spalle curve della donna, come a volerla difendere dalle insidie di quella storia che aveva cambiato tutto nella vita della famiglia rimasta in paese. Si sentiva frastornato e la zia gli fece bere un decotto per stemperare l’emozione, come è abitudine fare con i bambini quando, a giudizio degli adulti, vanno incontro a forti stress emotivi. Poi lo accompagnò nella sua stanza raccomandandogli di dormire. Lorenzo si addormentò immediatamente. Sognò il mare e lui sulla battigia che costruiva un grande castello, un castello speciale, però, che non sarebbe crollato: il piano inferiore era tutto per la nonna e per la zia, sopra vi erano le stanze per gli ospiti e infine l’ultimo piano, il più bello, da destinare allo zio che avrebbe guardato il mare e il cielo solcato dal volo delle rondini e dei gabbiani.

Ingrid

Un casco di capelli biondo oro fece capolino dalla macchina sportiva targata Colonia.
“Guten morgen”, snella, occhi azzurri, la ragazza si rivolse con un sorriso al custode del villaggio vacanze in attesa di entrare dopo il sollevamento della sbarra. In realtà, Eugenio non era il custode, bensì il proprietario, sempre presente in prossimità della reception. Tutti, quindi, erano convinti di avere a che fare con uno dei tanti dipendenti di quel rinomato villaggio. O sarebbe meglio dire non avere a che fare perché Eugenio scoraggiava qualsiasi tentativo di comunicazione che andasse oltre l’invito a seguirlo per la sistemazione o nell’appartamento o nella piazzola destinata a camper e roulotte. Alto, capelli brizzolati, spalle piegate e un passo dinoccolato, continuava a svolgere l’unica mansione da dipendente dopo che era diventato il proprietario di quel villaggio vacanze che, tanti anni prima, altro non era che uno spazio disordinato di tende e roulotte, con i bagni e le docce senza acqua calda e una proprietaria, anziana vedova, sempre più stanca e intenzionata ad abbandonare tutto per raggiungere la figlia in un paese del Nord Italia. Scelse Eugenio, giovane lavoratore che dall’alba fino a sera si occupava degli ingressi, della pulizia degli spazi comuni e della vendita dei pochi beni di consumo che il camping offriva: pane, insaccati, acqua e tanta birra per i campeggiatori tedeschi. Si misero d’accordo sulla somma ma soprattutto sul numero delle rate che Eugenio avrebbe pagato mensilmente con un vaglia postale indirizzato alla signora. Eugenio sapeva che ce l’avrebbe fatta a fare di quel campeggio sporco e disordinato un villaggio vacanze elegante, dotato di verde, strutture e spazi gradevoli per famiglie e giovani. C’era riuscito, lavorando sodo e occupandosi lui di tutto per poi delegare le incombenze a capaci e seri dipendenti. Fu proprio agli inizi della sua carriera da padrone che la conobbe. Con una sua amica e una piccola tenda canadese, Ingrid, diciannovenne, era in vacanza in Italia e, tra i tanti posti che voleva visitare, c’era quella famosa località marina con il camping in riva al mare. Aveva sorriso a Eugenio sin dall’arrivo e si rivolgeva a lui per le necessità di varia natura presenti nelle vacanze di chi viaggia esclusivamente con zaino, tenda e sacco a pelo. Eugenio la giudicava bella, come le tante tedeschine che vedeva entrare e uscire continuamente dal camping: lei, diversamente dalle altre, lo cercava in continuazione, e questa ricerca di contatto iniziò a entusiasmarlo. Una sera, la ragazza, dopo avergli chiesto un cavatappi, lo invitò a bere del vino che aveva comprato in paese, prima dell’arrivo al camping. Seduti per terra, alla luce della candela di citronella, Eugenio rispondeva alle domande di Ingrid, sorprendendosi per la sua loquacità. Raccontò senza il minimo sforzo cose della sua vita, per tanto tempo rimaste sepolte nella memoria. Soli, perché l’amica era uscita con altri tedeschi, decisero di passeggiare lungo la riva del mare. La ragazza appoggiò il suo casco di capelli biondo oro sulla spalla di Eugenio. Fu l’inizio. Eugenio prese ad amare Ingrid con una intensità che lo stordiva. Non era solo passione, era un sentimento totale che lo emozionava e lo teneva in continua fibrillazione. Si sentiva – per la prima volta – ascoltato e capito; la bellezza solare di Ingrid si incastonava perfettamente con i colori del mare, del cielo e della vegetazione di quel posto meraviglioso: ora avrebbe dovuto fare in fretta a trasformare quel campeggio, che stonava sempre di più con le luci che si erano accese nella sua vita. Decise di anticipare i lavori, anche a costo di indebitarsi più di quanto aveva programmato. Ingrid lasciò che l’amica proseguisse il viaggio da sola e rimase con lui un intero mese. A settembre partì per iniziare gli studi di archeologia, ma sarebbe tornata presto, magari a dicembre, o anche prima. Iniziarono ad arrivare cartoline e lettere, per poi diradarsi inesorabilmente. Eugenio, in preda al malessere e allo sconforto, abbandonò subito l’ipotesi di andarla a cercare: sapeva che sarebbe stato inutile. Il mutismo era tornato ad essere la sua caratteristica: il villaggio era ormai diventato uno dei più prestigiosi, e, per chi tornava, c’era sempre quel signore, con le spalle curve, ad accompagnare silenzioso i turisti nell’area loro destinata. Non avrebbe più permesso ad altre persone di entrare nella sua vita.
“Schöne platz” disse entusiasta la ragazza tedesca al custode, ma Eugenio fece finta di non avere ascoltato.

Eros e Thanatos

Non mi era mai successo di avere in affidamento un cadavere da seppellire, senza parenti, un funerale, un fiore sulla tomba. E penso che a nessun altro becchino sia mai successa una cosa simile. Il marito, in preda alla rabbia e fuori di sé per il disonore, mi ha cercato e, allungandomi alcune banconote, mi ha detto tra i denti “pensaci tu, a questa cagna, gettala da qualche parte”. E mi sono ritrovato un seppellimento da fare nel modo più povero possibile con un cadavere abbandonato qui, che non riceverà preghiere né benedizioni di alcuna sorta. I pianti, i fiori, la commozione di due paesi sono tutti per lui, l’amante della donna da seppellire, lui, bello e giovane, prossimo a laurearsi, con una fidanzata da sposare. Lei lo incontrava nella casa di campagna quando il marito faceva i turni di notte. Passione travolgente che andava avanti da tempo nella bella casa circondata dal verde. Amore fatale, costato la vita ad entrambi, ma la vita ha per la gente un valore diverso a seconda dei comportamenti: il dolore pubblico e benedetto è tutto per lui, il maschio con un cerimonia nuziale da preparare subito dopo la laurea, compianto dalle centinaia di persone che hanno saputo che era stato ucciso da una svergognata in una notte placida in cui la luce della luna era più struggente del solito. La notte in cui lui aveva deciso di incontrarla per l’ultima volta, in una sorta di commiato definitivo tra abbracci e carezze, convinto che sarebbe bastato spiegarle che la loro storia era finita per chiudere quella parentesi che stonava ormai con il suo futuro. Lo aspettavano una moglie e la sistemazione. Lei aveva pianto, lo aveva abbracciato come non mai, non riusciva ad accettare la fine di quell’amore, il vero amore della sua vita, l’emozione che la faceva volare e che le avrebbe dato la forza di cambiare tutto affrontando gli ostacoli più grandi. Lacrime e baci nel riverbero dei raggi della luna, con lui che parlava e parlava, forte dei suoi ventisette anni e del futuro conforme all’approvazione generale che l’attendeva e lei, con un dolore sempre più acuto. La luce del giorno li ha trovati ancora a letto, vicini, uccisi con due colpi di pistola, sparati da lei, che aveva deciso di chiudere in quel modo la loro storia.

La visita

Sono qua, ancora una volta, nascosta tra le macchine in sosta e attendo… attendo che i bimbi escano per giocare nel cortile, come fiori colorati che si lasciano accarezzare dal sole… Aspetto di vederla, anche da lontano, per avere il ricordo del suo viso impresso e nitido per un pò di giorni. Ma come potrei dimenticarla, come si può cancellare il viso di una figlia, sarebbe innaturale, come un fiume che non getti le sue acque nel mare, ma le riconduca nel ventre della montagna che le ha generate…
Non avrei voluto che succedesse, ma l’ho fatto per lei, perchè la sentivo in pericolo e l’unica arma a mia disposizione era l’allarme, gridato con parole e insulti perchè qualcuno ascoltasse e capisse… E ho gridato, fino a perdere la voce, quando, con un presentimento nel cuore, sono tornata all’improvviso nella casa di quell’essere immondo, giusto in tempo per farmi trafiggere e rendere di pietra dai suoi gesti imbarazzati. Per pochi attimi. Poi, le mie viscere e il mio sangue sono saliti fino in gola… ho provato l’odio più grande che si possa provare e una furia omicida che non conosceva fine… Gridavo ancora davanti ai camici bianchi e davanti a chi ho sempre evitato perchè questa volta intervenissero nella mia vita, per allontanarla da me e dalla mia esistenza indegna per lei… Me l’hanno portata via per affidarla ad altri, felici e increduli di non pagare per sentirsi genitori, e ora sono qua, attenta a non farmi scoprire, per vedere il suo viso, il suo sorriso, i suoi occhi… con l’animo aperto al dolore e alla consapevolezza.

Clochard

Alle prime luci del giorno si svegliava con le effusioni della bestiola, a cui ogni mattina, prima di ogni altra cosa, procurava acqua pulita. Con le gelate notturne, però, l’operazione diventava sempre più complicata. Per il pranzo, che spesso coincideva con cena e colazione, avrebbero pensato assieme più tardi. Prima, c’erano da sistemare i loro giacigli nella periferia est della città, nel capannone abbandonato dopo il fallimento della fabbrica di ricambi.
Era stata una grande fortuna trovare quella sistemazione, lontana sia dai campi coltivati che dall’insediamento urbano. Anche la stazione era distante e altri, senza dimora, avevano perciò scartato quel posto troppo lontano da tutto e da tutti. Lui no, aveva capito che lì poteva trovare una sua sistemazione, finalmente solo e immerso in un angolo di natura che attendeva rassegnata di essere trasformata in strade e parallelepipedi, tutti uguali e tristi. Da quanto tempo era lì, non se ne rendeva conto, né tanto meno gli interessava: ascoltava e riconosceva il passare delle stagioni dai colori e dagli odori. Intensissimo quello che annunciava la primavera, anche se c’era neve e freddo intenso. L’odore arrivava pian piano, all’improvviso, e diventava sempre più penetrante per poi confondersi a lungo con gli altri circostanti. Era quello, per lui, il periodo più bello dell’anno per la temperatura mite, per la luce che prolungava il giorno e un battito più allegro nel cuore. A volte, camminava a lungo per raggiungere il refettorio dei francescani, in città, dove sedeva accanto ad altri e mangiava in silenzio, guardando i frati e ascoltando le frasi, molto di convenienza, dette dagli altri commensali, presi anch’essi da una sorta di signorile imbarazzo per quella condivisione del pranzo in un limbo sospeso tra la città chiassosa e i loro spazi silenziosi.
Il suo amico cane aspettava tranquillo fuori, sapendo che il padrone gli avrebbe portato da mangiare.
Le giornate trascorrevano così, con pochi imprevisti, ascoltando i suoni della campagna e i rumori attutiti della città, di cui scorgeva all’imbrunire, la nuvola di smog che la sovrastava. Nel canneto, si divertiva a riconoscere i volatili e quando tutto taceva, cercava di controllare respiro e pulsioni per non guastare il silenzio assoluto che magicamente avvolgeva quell’angolo di paradiso.

Il silenzio era la sua dimensione naturale: nel silenzio poteva ascoltare le voci che gli facevano compagnia e soprattutto la sua voce, abbandonandosi ad essa senza timori e titubanze. In piena tranquillità, assaporava la pace interiore. Era questa una sensazione di cui a lungo aveva immaginato l’esistenza, senza, però, riuscire a cogliere, neppure intuitivamente, il modo in cui raggiungerla. Poi, quella notte, aveva capito che stava per compiersi qualcosa di straordinario e irreversibile nella sua esistenza. Era stata una giornata uguale alle altre che l’avevano preceduta da quando era stato licenziato: Fiorenza, sua moglie, gli aveva lasciato sul tavolo la lista delle cose da comprare. La spesa era diventata la sua principale incombenza domestica, il compito di cui tutti, in famiglia, si aspettavano il pieno e doveroso adempimento. Cercava di farla nel miglior modo possibile, raffrontando, nei vari supermercati, i prezzi nell’acquistare i prodotti preferiti dai suoi. Eppure, in quella giornata, così uguale a tutte le altre, qualcosa doveva aver fatto scattare in lui un impulso che gli impediva di addormentarsi e rendeva la sua mente lucida e acuta. All’improvviso, immagini e volti – familiari e recenti – si alternarono a ricordi più antichi, scorrendo sempre più velocemente nella memoria, come una moviola impazzita che scarichi, rapidamente e senza alcun criterio, i fotogrammi che possiede. Ogni tentativo di arrestare il flusso indomito dei pensieri cadeva nel vuoto e alla fine aveva lasciato scorrere quelle immagini, ponendosi nei panni di spettatore della sua vita che ora gli restituiva frammenti e flash uniti in un mix di cui sconosceva la regia. Di fronte a visi da tempo seppelliti nella memoria, avrebbe voluto soffermarsi, ma quel febbrile scorrere non gli permetteva di cogliere pienamente i ricordi suscitati, per qualche secondo, o anche meno, dalle visioni in rapida sequenza. L’alba era arrivata e stremato, ma con grande determinazione, aveva atteso che uscissero tutti. Un’occhiata alla lista della spesa, come sempre sul tavolo della cucina, e se n’era andato, sapendo che non sarebbe più tornato indietro.

La nuova dirigente

Dopo un’ultima occhiata allo specchio, uscì dal bagno riservato ai dirigenti aziendali del piano e ritornò dietro la sua scrivania. Una irritante sensazione di fastidio quella mattina non voleva lasciarla; Anna si chiedeva cosa l’avesse potuta provocare. Come un lampo, un’immagine le tornò vivida in mente: il capo che le presentava velocemente – per riprendere immediatamente il giro del piano – la nuova responsabile del servizio personale dell’azienda. Una ragazza alta, bionda, trentenne all’incirca, con un master fresco negli Stati Uniti e una prima esperienza lavorativa nella ditta leader del settore. Una donna attraente, giovane e, dicevano tutti, molto in gamba e preparata. Anna calcolò che nel giro di due anni la nuova venuta avrebbe potuto occupare il posto dirigenziale a cui lei era arrivata dopo anni di gavetta e duro lavoro, conditi da quella buona capacità relazionale che le suggeriva spesso di flirtare con le persone giuste al momento giusto. Tutto inutile: perché la nuova dirigente, al momento un gradino sotto di lei nella posizione gerarchica, aveva tutti i numeri per una carriera lampo. Un sentimento di forte rivalità la spinse subito ad orchestrare quanti più piani possibili per neutralizzare il pericolo appena presentatosi, ma nulla pareva plausibilmente progettabile. Nei giorni seguenti, ebbe modo di conoscere meglio la nuova dirigente e ne rimaneva sorpresa per lo stile con cui affrontava le incognite e i problemi di un ambiente per lei nuovo. Efficace e quasi distaccata, trovava soluzioni che erano presto accettate da tutti come le più giuste, rivelando una forte predisposizione alla leadership. Anna era ormai in preda al terrore: intensificò le sedute dall’estetista e rinnovò il guardaroba, sapendo benissimo che non era quello il terreno su cui confrontarsi nella dura partita dell’egemonia da difendere. Iniziò a provocare incidenti di percorso nel campo lavorativo, per metterla in cattiva luce davanti a colleghi e superiori, ma l’unico effetto che ottenne fu quello di suscitare simpatie istintive verso la trentenne. Il panico stava ormai soppiantando l’ansia e la preoccupazione: tranquillanti e sonniferi iniziarono a non bastare più.
I mesi seguenti furono all’insegna del malessere devastante: insonnia, logorrea che alternava a mutismi improvvisi, psicofarmaci e sedute da psichiatri di cui riusciva a seguire le prescrizioni mai completamente. Fu convocata dal Capo: si presentò all’appuntamento con una forte eccitazione leggibile nel tremolio delle mani. La sera prima era uscita con il senatore, amico del Direttore dell’Azienda, ma il risultato era stato pessimo: non una serata divertente come le altre che c’erano state in precedenza, finite allo stesso modo nel dopocena, ma una penosa e triste conversazione con la sua logorrea incontrollabile e il fastidio del senatore che l’aveva subito riaccompagnata a casa. E ora la débacle – attesa da mesi – che stritolava nel modo peggiore la sua sfolgorante carriera, per la quale aveva sacrificato affetti e tempo libero.
“Dottoressa, lei sa che non giro attorno alle parole. Ultimamente siamo stati scontenti della sua attività e abbiamo pensato di rimuoverla dall’incarico. Almeno fino a quando lei tornerà a dare prova di efficienza. Lei sa bene che le esigenze dell’azienda sovrastano ogni altra considerazione”.
Con voce rotta dal pianto che cercava di trattenere, riuscì a chiedere “Subentrerà al mio posto la dirigente dell’Ufficio Personale?”
Il Capo, sorpreso: “Ma non sa che si è licenziata per fare la missionaria nel Salvador?”

Fantozzi

Di vicende come la sua erano sempre state piene le cronache. Insospettabile arrestato per… Quante volte gli era capitato di leggere quelle parole per poi dimenticarsene immediatamente?
E anche per lui sarebbe andata così. Stupore fra i conoscenti e i vicini, un po’ di apprensione tra i familiari, una ridda si supposizioni all’insegna del se, ma, forse, c’era da immaginarselo, ma poi, lentamente, tutto sarebbe refluito nell’oblio. Forse, quella storia avrebbe lasciato qualche strascico nel rapporto già difficile con Fiorella, sua figlia, adolescente in piena fase di ribellione e distacco dalla famiglia, ma anche lei, ne era sicuro, con il tempo non avrebbe più dato importanza all’accaduto, trovando più facile e meno inquietante non porsi domande e dimenticare in fretta… L’unica cosa che lo infastidiva terribilmente, più dei guai giudiziari, era l’idea di essere considerato il fantozzi di turno da parte di chi conosceva, più da vicino, i particolari della vicenda. Eppure, fino a pochi anni prima, conduceva una vita normalissima: poi all’improvviso una, due promozioni, arrivate in fretta e tutto inizia a cambiare. Qualcuno si era accorto della sua persona: non importa se questo qualcuno, che entrava e usciva dalla porta dei capi della sua società, era un personaggio chiacchierato. La sua affabilità, il suo dare amicizia e appoggio anche se non richiesti, avevano messo in secondo piano le dicerie su certe sue frequentazioni poco raccomandabili. E poi, lui non aveva notato alcunché di particolare nelle cene cui aveva partecipato: salotti buoni, gente di cui aveva sentito parlare nelle cronache finanziarie dei giornali e in quelle rosa per gossip vari. Certo, aveva immediatamente intuito che quei giochi andavano oltre il lecito consentito dalle regole finanziarie: lui aveva avuto il compito di realizzare alcune operazioni, gestendo contatti con società e personaggi, il più possibile lontano da testimoni. Lo aveva fatto in cambio di liquidità immediata: il suo tenore di vita era balzato subito in alto.
Poco importava se le operazioni avrebbero lasciato tracce: tutto doveva svolgersi nel più breve tempo possibile. L’obiettivo era mettere il mondo finanziario di fronte al fatto compiuto, senza dare la possibilità di risalire a quel gioco ad incastro per cui erano state utilizzate pedine come lui. Una delle più grandi operazioni finanziarie mai tentate, che avrebbe sorpreso e accontentato tutti: ecco per cosa aveva ufficialmente lavorato. Qualcosa, però, non aveva funzionato: oltre ai risparmi bruciati degli azionisti, a galla erano subito comparse le responsabilità delle piccole pedine. Ma non avvertiva ansie e preoccupazioni particolari per l’attesa dei risvolti giudiziari della vicenda: la mancanza di vergogna era il vero cambiamento prodotto in lui e in chissà quanti altri moderni fantozzi.

Erminio

Il levante era più forte del solito e provocava in Erminio un forte stato di tensione. L’alba stava svegliando il quartiere che si affacciava sul molo e pennellate rosa si stagliavano sui muri ingialliti delle case. Cumuli di nuvole si rincorrevano velocemente senza riuscire a coprire il sole. L’odore del mare era pungente e il blu cupo all’orizzonte mutava pian piano nel colore tipico dell’acqua mista a sabbia. Il giovane ferroviere, già in ritardo, allungò il passo verso la stazione dove il treno delle 6.45 lo attendeva per portare i pendolari nelle città costiere vicine. Da alcuni anni, quella era la sua linea ed Erminio sapeva che lo sarebbe stata ancora per chissà quanto altro tempo. Eppure, era sicuro che prima o poi avrebbe cambiato vita o perlomeno lavoro. Laureato in Economia e Commercio, tesi su Schumpeter, subito dopo la laurea si era dato da fare, come capita a molti, per cercare il lavoro, un lavoro, uno qualsiasi, magari temporaneo. Aveva superato il concorso per conduttore delle Ferrovie dello Stato. Una fortuna che in molti gli invidiavano: arrivare alla tanto attesa sistemazione e permetterle di scandire la vita giorno dopo giorno. “È capitata a me che volevo ben altro”, si diceva ogni mattina, e il vento dell’est gli aveva ormai tolto ogni residuo di calma e torpore notturno. Era comunque pronto ad affrontare la sua giornata, consapevole che prima o poi avrebbe trovato il modo e il tempo di occuparsi del cambiamento radicale da imprimere alla sua esistenza. La città era ormai brulicante di macchine già scattanti e impazienti. Erminio ricordava come, quando era bambino, il quartiere, attorno al mercato centrale, si svegliasse pieno di voci e colori: le parnanze delle contadine, molte ancora con l’abitudine di trasportare cesti e cassette sulla testa, gli uomini che scaricavano dai furgoncini, blu o verdi, e soprattutto l’odore del pesce mischiato a quello delle altre merci che quotidianamente riempivano i banconi, carne, frutta e le immense pagnotte di pane casereccio che arrivavano a pesare anche dieci chili. La città lentamente si era trasformata, svuotando il centro e lasciando il posto ad uffici e negozi lussuosi. “Ci si adatta al nuovo sempre e comunque” , pensò Erminio quando era già arrivato nella stanza al pianterreno dove abitualmente si cambiava. Così, con un pensiero al treno e alla vita, accelerò i suoi movimenti.

Il rappresentante con la Jaguar

“ Finalmente in Sicilia”, pensò contento entrando con la Jaguar nel ventre della nave traghetto. Sceso dall’auto, salì nel salone: voleva gustare l’irresistibile arancino al ragù, come faceva ogni volta che tornava in Sicilia. Convinto di essere riconosciuto dal personale di bordo, salutava tutti scambiando battute sulle ultime partite di calcio delle squadre siciliane. La sua cordialità e la voglia di attaccare bottone facevano superare in fretta all’interlocutore di turno la perplessità iniziale. Stesse scene all’autogrill, prima di proseguire verso il paese dove era atteso. Cinquantenne, un po’ appesantito, sorriso sempre aperto sul viso grassottello ingentilito da una costosa montatura di occhiali. Una leggerissima cadenza dialettale tradiva l’origine meridionale del suo accento piemontese. Era in Piemonte da più di trent’anni, operaio nell’edilizia appena arrivato, apprendista in una bottega orafa, e poi il grande salto: commerciante di preziosi. Nei paesi di piccola e media grandezza della Sicilia, curava un suo mercato tutto particolare che conosceva bene: forniva preziosi per i zzitaggi, i fidanzamenti che, più delle cerimonie nuziali, suggellano a vita le nuove parentele tra le famiglie degli ziti. Nei paesi dove andava, era conosciuto come il rappresentante con la Jaguar, e, manco a dirlo, era per lui fonte di piacere essere riconosciuto e salutato con cordialità dai personaggi che – per lustri interi – caratterizzano la vita di un paese, il barbiere, il barista, l’albergatore. Poi c’erano i clienti con cui aveva instaurato legami di amicizia che andavano oltre il rapporto tra venditore e cliente, anticipando, con vero fiuto commerciale, le varie strategie propugnate successivamente dai markettari di professione. A chi gli faceva notare come fosse poco prudente girare da solo con la borsa dei preziosi, rispondeva che la sua amica, la Jaguar, veloce e potente, gli avrebbe salvato la vita in caso di agguato. Quella volta, dopo avere attraversato chilometri di strada immersa in una teoria di colline, tutte uguali e ricoperte di grano, era arrivato nel paese dove un cliente, un mese prima, gli aveva ordinato due parure di oro giallo, una con brillantini montati su una striscia d’oro bianco nel girocollo, negli orecchini e nell’anello, l’altra con piccoli zaffiri incastonati a forma di luna nei tre pezzi. “Roba buona, che si vede poco in giro qua…” Era il suo ritornello nell’esporre la merce con una punta di orgoglio. Aveva salutato calorosamente il titolare del negozio che gli chiese di attendere la chiusura per le loro operazioni. Non avendo altri impegni per quella giornata, rispose che avrebbe atteso volentieri: assisteva con piacere, intromettendosi sempre, ai colloqui dell’orefice con i suoi clienti. Dopo la chiusura, accompagnò il suo amico a casa e stette con lui a parlare della città da dove proveniva la merce, dell’ambiente dei grossi produttori e delle piccole botteghe orafe dove molti giovani del sud avrebbero potuto imparare a creare e a realizzare gioielli per poi mettersi in proprio. Salutò l’amico verso le dieci di sera per raggiungere la città, non molto distante da quel paese, dove la mattina successiva avrebbe incontrato altri clienti. Conosceva bene la strada, per un lungo tratto poco frequentata, e guidava rilassato la sua amica e fidata Jaguar. Due fari, dietro di lui, iniziarono ad abbagliarlo con insistenza. Dopo qualche secondo di perplessità, capì di essere in pericolo: iniziò a premere sull’acceleratore con forza, ma i suoi inseguitori non mollarono. Il rombo della vettura si avvicinava sempre di più, lo stavano affiancando, istintivamente cercò di fuggire svoltando verso destra dove, però, ogni via di fuga era impossibile a causa di un alto muro di contenimento del terreno: frenò e fece in tempo a vedere qualcosa sporgere dal finestrino…
All’una di notte, qualcuno avvisò i carabinieri.

Lucia

La prima luce del giorno si insinuò tra le pieghe della tenda ingiallita del soggiorno dove era stato collocato il feretro. Lucia cercò di aprire quanto più possibile gli occhi dopo avere trascorso una notte seduta su quella poltrona mai stata più scomoda come allora. Il freddo le attanagliava le ossa lasciandole la convinzione che non sarebbe più stato facile scrollarselo di dosso. Un freddo estremo che serra le spalle ed entra dentro come a voler toccare e avvolgere tutto quello che hai: anima e corpo, pensieri e movimenti. La notte l’aveva vista sola a far compagnia a quel figlio già sigillato per timore di infezioni e che nessuno era venuto a vedere: già, perchè la pietà cristiana viene spesso accantonata in virtù di considerazioni ritenute altrettanto giuste. Era rimasta sola con i suoi pensieri che avevano aggiunto disperazione a disperazione, sgomento a sgomento e prese a ricordare: ricordava quando piccolino, biondo ed esile, l’abbracciava forte, finalmente tranquillo; quando, negli ultimi tempi, sostituiva l’urina del figlio con la sua per evitargli le sanzioni previste, quando era tornato a guardarla in silenzio, nel letto del reparto malattie infettive, di nuovo piccolo, biondo ed esile, questa volta però senza abbracciarla. Lei e il figlio: stranamente, in compagnia di nessun altro, come se gli altri non fossero esistiti, spettatori all’ombra di una storia che alla fine li aveva scartati, dalle responsabilità, dal dolore, dalla condivisione. Lucia aveva seguito quel figlio, da sola, disperata e senza porsi domande come aveva fatto chi dava sollievo a Gesù in croce ormai morente.