La metropoli spietata e gli stranieri poveri di Tahar Ben Jelloun

L’articolo di Tahar Ben Jelloun ha anticipato l’inizio degli scontri nelle bainlieu parigine. E’ paradigmatico di come si possano interpretare malesseri sociali profondi prima che essi esplodano tragicamente.

Da “La Repubblica” del 31 ago. 05 –La metropoli spietata e gli stranieri poveri di Tahar Ben Jelloun

“A Parigi i poveri non piacciono, soprattutto quando sono stranieri. Parigi è gelosa del suo prestigio e della sua bellezza. Parigi è più che una capitale, è una vetrina della cultura francese, cultura del lusso e delle belle cose della vita. Non accetta gli immigrati se non come spazzini o muratori. Lo straniero che lavora deve abitare altrove. Non è una legge ma l’esclusione è fatta dal denaro. Parigi sarà la città di chi ha i mezzi per viverci. Gli altri vengono spinti verso i sobborghi, verso la periferia della vita, verso quei territori di miseria e solitudine, spazi patogeni dove si sviluppano odio e delinquenza. A incoraggiare questa situazione con la sua politica è stato Jacques Chirac quando era sindaco di Parigi. Bisognava pur favorire il mercato immobiliare e mettersi dalla parte di possidenti e industriali. Le vittime non contano, sono solo degli immigrati, spesso arrivano dall’Africa, gente pacifica che si accontenta di poco per vivere e soprattutto per rimanere assieme ai compagni. Alcuni si aggrappano a Parigi, non nei quartieri alti ma in quelli che un tempo erano quartieri popolari, come l’XVIII o il IX arrondissement. Lì ci sono ancora edifici fatiscenti i cui proprietari aspettano solo di riuscire a liberarli per poterli restaurare e venderli a prezzo di mercato. Come fare a sfrattare le famiglie africane di immigrati legali o clandestini? Corre voce che alcuni incendi non siano stati accidentali. Non è mai stato comprovato, ma tutto dimostra che il fuoco fa comodo ai proprietari degli immobili. Tra aprile e agosto 2005, in questo genere di incendi sono morte 35 persone. Ogni volta a morire sono soprattutto bambini. A Parigi non piacciono i figli degli immigrati. Parigi li ignora, come ignora i bambini in generale. Nell’incendio di ieri, quello dell’edificio occupato abusivamente da famiglie africane, una madre è riuscita a salvare uno dei suoi figli e ha buttato l’altro dal quinto piano. Un po’ come La scelta di Sophie. Il bambino caduto non è sopravissuto alle ferite. Negli ultimi due incendi sono morti diciotto bambini. ….Si può sempre rimproverare agli africani di fare molti figli, ma è una realtà che bisogna guardare in faccia: la Francia non può continuare a vivere come se i milioni di lavoratori immigrati non fossero uomini e donne che hanno diritto a una vita dignitosa e a una sicurezza normale. …Il fascino di Parigi è costruito su corpi bruciati, su scheletri di bambini ridotti in cenere. Il fascino di Parigi è diventato un valore commerciale: Parigi è stata ripulita, gli immigrati si vedono poco. Perché gli immigrati fanno paura , sono gente straniera e strana. Dopo ogni incendio, il sindaco si reca sul posto, esprime il suo cordoglio e promette dei cambiamenti. Perché a Parigi non brucino più i bambini la soluzione è semplice: applicare una nuova politica dell’immigrazione basata sul rispetto, sulla dignità e l’uguaglianza. Parole vuote, parole senza significato in una città dove in certi quartieri il prezzo degli appartamenti oscilla tra 10.000 e 15.000 al metro quadro! Allora gli africani non hanno che da andare altrove, lontano dai quartieri parigini, a ricreare il loro villaggio con l’albero per le riunioni e tanti bambini. Altrove significa lontano, in una terra che non esiste o che esiste soltanto nel limbo della nostalgia. Se oggi dei bambini muoiono bruciati nella capitale dei Lumi non è né un caso né una fatalità ma una conseguenza della politica che accetta gli immigrati solo a condizione che siano invisibili e leggeri, leggeri come trasparenze che non feriscono lo sguardo.”