Luigi Panzardi
Ultimo libro di Luigi Panzardi: Istanze e sogni, ed. Il Filo, 2006
La pecora
Gli indifesi, qualche volta, per sopravvivere sono obbligati a seguire la corrente.
La strada a T: via san Domenico. In salita. Corta. Entrandovi da piazza San Giovanni si ha subito la vista dell’edificio a due piani, macilento e antico di almeno sessant’anni. Visto dal basso, l’occhio scorge dapprima il parapetto smerlato che circonda il terrazzo e poi, intristito, i due balconi con persiane d’un verde scolorito ed ulcerato come un lebbroso. Alla persiana di destra, quattro stecche sono appiccicate con nastro adesivo marrone, a quella di sinistra ne mancano alcune e il buco è nero, triste e povero. Le inferriate arrugginite e tra i ferri nessun vaso e fiore a far capolino.
Al primo piano spiccano invece il verde fresco degli infissi e i vasi pensili tracimanti fiori. Fili bianchi, luccicanti, sono tesi da una estremità all’altra dei ferri. Appeso ad essi un lenzuolo bianco, come il cielo coperto da un velo di nuvole, oggi svolazza sopra il portone che è grande, di legno marrone, chiuso. Tranne che per una porticina a cupola intagliata in quella robusta superficie legnosa, sempre aperta per via della serratura rotta, e per la quale spesso entrano persone che lasciano l’urina negli angoli, da dove s’alza un fetido puzzo.
All’interno del portone, nella penombra, sui primi quattro gradini, quelli che portano al pianerottolo da dove parte la rampa che sale ai piani, sta Lucia. Nella posizione della pecora. Poggia i piedi sul pavimento, il palmo delle mani sul quarto gradino. A vederla così si ha la certezza che l’hanno piegata per avere un più comodo accesso al suo corpo. Ed è ancora in quella posizione, come pecora che brucata l’erba sta ferma a meditare sul ciglio di un burrone.
L’aspettavano nel portone, al buio. L’hanno posseduta in quattro. In tutti i modi.
Lucia ora è sola. Con i suoi sedici anni, non più vergini. Ha ancora la fronte poggiata sul dorso della mano di cui sente il profumo lasciato dalla saponetta comprata al mercato rionale. Sente il dolore vivido attraversare il suo corpo. Sente le cadenze dei loro canili guaiti. Come se fossero ancora su di lei.
Durante quell’orgia ha sentito il cigolio di un uscio che si apriva, per un attimo ha sperato in un aiuto, ma lo stesso cigolio si è ripetuto dietro il silenzio, segno del richiudersi spaventato della porta.
“Aiuto!” Ora la riconosce: è la sua voce che le ritorna all’orecchio, come dal fondo di un dirupo, lacerata dalle rocce, disperata. Sente sé stessa sospesa sul dirupo, priva di risorse. Percepisce il corpo come trasfigurato in quello di un animale, che caracolla nell’imminenza di precipitare nel vuoto.
Al di sopra di sé ancora il cigolio di un uscio le ricorda la realtà. Sente lo sfregare incerto di ciabatte sul pavimento, il tonfo dei passi che scendono sui gradini di pietra. La sente sedersi, ne percepisce l’odore buono e familiare, il calore del corpo.
E’ la nonna Maria che le prende con delicatezza il capo e se lo poggia sulle ginocchia magre e vecchie.
I genitori di Lucia sono divisi e lontani. La madre si guadagna da vivere a Calolziocorte come cameriera in un albergo e ogni mese le manda un po’ di denaro. Il padre a Copenaghen, operaio, spedisce mensilmente alla nonna una somma più consistente. Nulla di più. Niente abbracci e baci, né carezze la sera prima di coricarsi, né consigli per la giornata di domani.
- Ho chiamato la polizia – dice la vecchia lisciandole i capelli neri.- Li ho visti, li ho riconosciuti. Li possiamo denunziare, se vuoi.
Lucia finalmente solleva il capo e fissa negli occhi la nonna debole di ottantaquattro anni vissuti in miseria e fame. Vede in quegli occhi grigi paura e rassegnata stanchezza .
- Temo per te, lo sai. Qua così si vive. E’ il più forte che detta legge e gli altri a testa in giù come pecore. Zitti. E noi siamo sole.
La sente parlare, a singhiozzi. E pensa, Lucia, alle sue amiche cresciute con lei in quel borgo, seviziate come lei per tutti i santi giorni, fin dalla nascita, tormentate dai bisogni sempre inappagati, dai desideri sempre pencolanti, come frutti posti troppo in alto per poter essere raccolti, sempre sulla strada per le case troppo piccole a contenere il loro entusiasmo giovanile, alle gare in bicicletta tra le macchine parcheggiate in divieto di sosta e tra i passanti minacciosi sui marciapiedi. questo pensa Lucia, quando un rumore affrettato e pesante di passi alle sue spalle la distraggono. Gira il capo e vede due uomini in divisa che la guardano, ostili, le sembrano. Allora finalmente si ricorda del suo corpo di pecora, a fatica si alza e poi si siede al fianco della nonna.
- Allora? Che è successo qua? – chiede bruscamente un poliziotto.
Lucia lo guarda senza paura. Un’idea all’improvviso le si è ficcata nel cervello. Agevolata anche da quelle divise. Bisogna seguire la corrente: rispettare l’omertà, le leggi imposte dalla malavita del borgo, di quel mondo vermicolante, per ricavarne vantaggi. - Amalgamandosi con quel mondo – riflette rapidamente, - sfruttando ora la sua posizione di vittima silenziosa, potrà servirsi del ricatto per ottenere da quella sorta di comunità privilegi per vivere lei e la nonna con tranquillità, e forse anche rispettata.
- Qua non è successo proprio niente – risponde al poliziotto con un velato sorriso.
- Chi ha telefonato, allora?
- Mia nonna. Me l’ha detto lei. Poverina, vede poco e sente male. Deve aver scambiato i sorrisi per pianti.
- Se volete denunciare qualcuno vi portiamo al commissariato – dice l’altro poliziotto.
- No, non dobbiamo denunziare niente. Chi dobbiamo accusare se nessuno ci ha fatto del male?- risponde in fretta Lucia ormai decisissima a fingere, per sempre.
- Ha ragione mia nipote. Mi sono sbagliata. L’ho vista con dei ragazzi, non so perché, mi sono spaventata. Alla mia età, vivere da sola, la debolezza… la paura si attacca addosso, come un’altra pelle.
- Va bene, diciamo che l’allarme è nato da un equivoco – conclude il primo poliziotto, poco convinto, ma impotente per quelle dichiarazioni così definitive. – Possiamo andare, allora?
- Si, qua è tutto a posto. Scusateci tanto per il disturbo – dice Lucia fissando gli occhi nel vuoto della penombra.
- Per carità, è dovere!
I poliziotti, con calma pensierosa, esitano un attimo sulla soglia del portone, poi spariscono.
Lucia si volta a guardare la nonna che la sta osservando.
- Figlia mia – dice la vecchia abbracciandola, - perché non hai detto quello che ti è successo? Ti ho vista così decisa da non sentirmela di contraddirti. Ma sei sicura d’aver fatto bene? Perché non vuoi denunziare quei delinquenti?
- Nonna, siamo io e te! Sole! I genitori lontani, con i loro problemi, io minorenne, tu anziana e debole: dove vuoi trovare la forza di far la guerra a questo ambiente? Questi si coalizzeranno, diranno tutti assieme che siamo due matte visionarie. E poi ci minacceranno. Io sarò additata come la ragazza facile, goduta da tanti, una disgraziata che getta fango su bravi ragazzi. Al contrario, il mio silenzio costringerà quei quattro farabutti a non vantarsi. Con il ricatto indurrò i loro genitori a tenerli buoni. Ci temeranno. Col timore nascerà il rispetto. Il loro rispetto, ma ci basta perché noi è qui che dobbiamo vivere.
Lucia ora si scioglie dall’abbraccio della vecchia, nell’animo della quale la paura si sta affievolendo, ne prende una mano e l’aiuta a salire al secondo piano, dov’è il loro appartamento. All’improvviso sente d’aver smarrito per sempre il senso della vita; per recessi oscuri del suo essere sente già le prime unghiate dei rimorsi, coi quali capisce che dovrà rassegnarsi a convivere e a far tacere, lacerando ogni volta quell’immagine pulita che s’era fatta di sé, costruita così chiara e dorata dalla sua ancor giovane fantasia. Stranamente le viene di vedersi pecora sotto un cielo bianco. Il cigolio accompagna il chiudersi della porta alle sue spalle.
Telefono con fotocamera
Prioritario bisogno d’amore!
Caldo animale millepiedi, il cuore
scorre sull’immagine fissa del suo volto.
Lo sguardo è magnetico,
palpita messaggi, pulsa immagini,
i led sulla scala cromatica vivaci.
Una grandine sonora, improvvisa,
invade lo spazio dove oggi staziona il sole.
Lei immersa, ferma, dice: Si!?
Sguscia dalla conchiglia
un metallico gorgoglìo d’amore.
DELETE
Un tasto premuto d’improvviso
lancia sul pannello il nero del nulla.
Il custode del canile
Un tempo fu una palude, poi, convogliata l’acqua con quattro canali che la incorniciarono come un quadro, quell’ampia campagna infossata, anche se ripulita, non è mai riuscita a produrre un albero e quindi un’ombra.
Sul margine orientale di questa landa confinante con la periferia dell’abitato, il Comune di Lerano fece costruire qualche anno fa un canile. Costruire riferito a quell’opera è un termine aulico. In realtà fu recintata una vasta superficie rettangolare con un’alta rete metallica. L’interno fu diviso in sezioni, ciascuna a sua volta recintata con identica rete e alle quali si accedeva attraverso cancelli tenuti chiusi con spezzoni di fil di ferro. Sul lato più stretto, ad occidente, occupandone l’intera ampiezza, fu eretta una bicocca precostruita, che aveva l’alloggio per il guardiano e altre gabbie per quegli animali che necessitavano di stare al coperto. Tutto al risparmio e al provvisorio. E, come spesso accade nei confini italiani, il provvisorio veniva sempre procrastinato, tanto da essere in realtà un definitivo che ci si ostinava a definire temporaneo. L’alloggio del custode era un sudicio cubo dalle sottili pareti e con poche suppellettili riciclate.
In tutto il recinto venivano stivati i cani randagi del territorio comunale ed affidati alla custodia del guardiano Corrado, trentaduenne disabile, assunto con quei contratti a tempo e con l’incarico di vegliare da subito su un mondo di problemi di sopravvivenza, di fame, sete e rabbia.
Tra gli ospiti di quel campo era stata portata da poco una cagnetta, sicura derivazione da un incrocio con un chihuahua, che Corrado aveva battezzato Malavoglia, non in memoria del Verga ma per una macchia nera che circondava l’occhio sinistro dell’animale, s’allungava come una stretta lama sul piccolo capo rotondo e strisciava su tutto il dorso del grande orecchio, anch’esso sinistro. Il resto del corpo era bianco, un bianco totale, perfetto. Tra Corrado e Malavoglia si stabilì ben presto un legame stretto. Le due esistenze s’integravano perfettamente, le lacune fisiche si compensavano, generando un’intesa affettuosa anche se quasi tutta istintiva. Per il resto, la vivacità spigliata della cagnetta ben si armonizzava con la levità fanciullesca del disabile.
Corrado ogni giorno faceva il giro per distribuire pasto e beveraggio a tutti i cani ospiti e Malavoglia lo precedeva lungo i corridoi, abbaiando ai ringhiosi, svegliando i pigri, generando con le sue moine un coro fragoroso di latrati e guaiti; arrivavano insieme fino alla gabbia dell’angolo più lontano, quella del cattivo. Incrocio discendente da un rottweiler, il molosso sembrava nato feroce, tale era la rabbia che mostrava digrignando i denti e sbarrando gli occhi sanguigni. Il pelo corto e nero, il corpo frastagliato di cicatrici, i piedi ben artigliati incutevano inevitabilmente una istintiva paura in chiunque l’avvicinasse.
Malavoglia guaiva davanti a quella gabbia, piegava la testa come per nasconderla tra le gambe anteriori ed alzava la coda. Corrado, col suo sorriso sereno, si frapponeva tra la cagna e la gabbia, scioglieva il filo metallico che teneva fermo il cancello, la apriva, vi entrava, incurante del ringhiare dell’animale, vi depositava la scodella col cibo, riempiva d’acqua l’altra, ed usciva richiudendo il cancello sgangherato.
“Hai visto, Malavoglia? Anche lui infondo è buono”, diceva spesso, sorridendo. La cagna ogni volta lo guardava fisso e l’occhio immerso nella macchia nera sembrava che dicesse furbescamente:
“Non mi prendi in giro, quello è cattivo e basta”.
Dar da mangiare al Rottweiler era l’ultima operazione di ogni imbrunire. Dopo questa, Corrado e Malavoglia tornavano nel tugurio, l’una sempre davanti uggiolando felice, l’altro sorridente, nel silenzio di quella campagna ricamato solo dal guaire dei cani.
Il Comune, a suo tempo, aveva dato l’incarico a due operai di provvedere alla pulizia dei recinti, ma essendo la cassa vuota di denaro, questa si effettuava una volta al mese. L’ultimo giorno di Agosto di l’altr’anno il caldo era opprimente ed i cani soffrivano particolarmente. Corrado si affannava a non far mancare mai l’acqua ed aveva steso su tutte le gabbie esterne teli e stracci per procurare un po’ d’ombra ai relegati. Quel giorno vennero anche i due uomini addetti alla pulizia, poco prima di mezzogiorno. Aprirono una alla volta le gabbie, sostituirono il pagliericcio, pulirono il terreno. Durante questi lavori i cani uscivano assaporando un momento di libertà, ma poi ritornavano docilmente nei recinti, bisognosi d’acqua e di cibo. Quando quei due arrivarono all’ultima gabbia e l’aprirono anche il Rottweiler uscì immediatamente. Finita la pulizia e non vedendolo rientrare, gli operai lasciarono il cancello aperto ed andarono via, non prima d’aver raccontato a Corrado quel particolare. Questi ordinò a Malavoglia di non muoversi dal locale: la cagna rimase ferma, scodinzolando. L’uomo si avviò e, percorsa appena metà strada, se la vide davanti saltellante, come felice per lo scherzo. Corrado, contagiato da tanta allegria, si mise a saltellare anche lui, così giungendo all’ultima gabbia, ancora vuota.
Davanti al cancello aperto Malavoglia si irrigidì di colpo, poi emise un guaito flebile e tremante. Il Rottweiler stava arrivando come un fulmine lungo il corridoio, caracollava imponente e furioso. In corsa saltò sulla cagna, le addentò il capo, il collo, tutta quella macchia nera che la rendeva unica, vi conficcò le zanne e ne strappò la carne. Con gli artigli delle zampe le lacerò tutto il corpo. Malavoglia si allungò a terra. Il cane le addentò il dorso, la sollevò e la buttò in aria. Il corpo della cagnetta ricadde sul terriccio con la testa quasi staccata.
La rapidità dell’evento aveva lasciato Corrado immobile e attonito. Egli fissava incredulo il corpo inerte di Malavoglia e poi il Rottweiler, il quale, ormai placato dal sangue, era entrato nella gabbia e beveva schioccando la lingua. Il disabile raccolse il corpo straziato della cagnetta e se ne tornò tremante nel tugurio. Ora era solo. Posò Malavoglia sul tavolo. Su questo gli operai avevano lasciato un lembo di giornale servito per le pulizie. Corrado vi lesse un titolo ancora tutto intero: “Un cane si lascia morire d’inedia dopo il decesso del padrone.” In quel momento il sorriso gli ritornò sulle labbra.
“Va bene” pensa, “per una volta facciamo il contrario.”
Si adagiò sul letto, vicino ai resti di Malavoglia, sorridente.
Fu il latrare infinito dei cani a dare l’allarme, molti giorni dopo.
L’assolo
Fermo sul bordo erboso della provinciale, Fiore, capelli
brizzolati, occhi assonnati, statura media, viso, naso,
bocca normali, pensieri riflessi su se stesso poco
normali, aspettava. Dall’altro lato della strada gli
giungeva sommesso il gorgoglio di una roggia. Alla sua
sinistra, saldata al palo arrugginito, c’era la targa
della fermata.
Egli era in anticipo, la corriera in ritardo, come al
solito.
Non ricordava un novembre più umido e nebbioso di questo:
erano le sette di un mattino scialbo, perso in un’aria
densa e grigia. La strada già ad una ventina di metri
sfumava nel muro di nebbia. Nella piatta campagna, alla
sinistra della roggia guardando verso Milano, una duplice
fila trasversale di scuri cipressi segnava il confine tra
il visibile e l’invisibile.
Alle sue spalle, poco lontano, sbiadiva la sagoma di un
vecchio cascinale; le zolle rosse dell’arato emanavano un
profumo di terra che stimolava il galleggiare sulla
superficie della coscienza di vaghe atmosfere
fanciullesche, di sottili falde profumate, sovrastate
tutte, come divinità totemica, dall’effetto presenza
paterna. Il padre! Da quanto tempo fosse morto gli era
impossibile ricordare. Della madre sapeva gli anni
trascorsi dalla sepoltura, all’incirca. Si strinse
addosso il cappotto, si aggiustò il bavero alzandolo fin
quasi a nascondervi la testa, in una infantile pretesa di
protezione dall’indumento.
“Quanto avrebbe dovuto aspettare, quel giorno?” Pensava.
“Cacchio d’un lavoro disumano in fonderia. Lì, alla
fermata, le ossa s’infradiciavano di umido, in fabbrica si
essiccavano al calore del forno, bollivano insieme al rame
durante il pinaggio. Così, i suoi cinquantatre anni erano
arrivati di botto! con gli acciacchi dei settanta!
conseguenze di una vita difficile, e con l’amarezza della
scoperta che le energie migliori se ne erano andate senza
cimeli.” In quel pingue silenzio grigio l’assalivano i
sentimenti tipici della solitudine, quelle scaglie
depressive che mostrano la vita con immagini che
trascorrono in un’altra dimensione, attigua ma
inafferrabile, eppure lucida come un delirio; quei brevi
frangenti rivelatori della impotenza mentale a deviare il
flusso degli eventi; incombente il disperato desiderio di
riprendere il filo per tentare un altro ricamo. “No! il
filo ammagliato non si può scucire, rimangono solo i buchi
enormi, perversi, che più si sfaldano col passar degli
anni.” Mormorava, arreso al fatale prosieguo
dell’esistenza. Querulo, un uccello nero, “un corvo?”
svolò nel molle della nebbia. Fiore si scosse, ebbe un
tremito, guardò a sinistra, da dove sarebbe dovuta
arrivare la corriera dei pendolari, ma scorse solo il fumo
grigio. Si girò a destra, distrattamente, vide il lieve
noto arcuarsi della strada per il ponte costruito
sull’altra roggia che irrigava trasversalmente la campagna
e, a sinistra della strada, proprio sulla gobba, uno
sgretolato muricciolo a protezione. Solo quella mattina
gli venne di constatare: “A destra? Perché non c’era a
destra il muro? Chi fosse andato da quel lato avrebbe
corso il rischio di cadere nell’acqua, e tanto peggio per
lui! Che modo di organizzare la cosa pubblica.” Appena
dopo questi pensieri, lo sfiorò il sentore di un’immagine
già trascorsa, ma la cui impressione viveva ancora in un
ganglio mentale. Girò di nuovo lo sguardo. Lentamente. Ed
eccolo! Seduto, tranquillo sul muricciolo, con le gambe a
ciondoloni, pantaloncini corti, scarpe sdrucite, maglietta
a righe di indefinibili colori, capelli lisci e neri sopra
un viso giovane. Un volto strano: gli sembrava familiare,
molto. “Perché mi impressiona quella faccia con gli occhi
chiari, malinconici? Il ponte mi sembra più vicino! Sicuro
che è un’illusione, ma il ragazzo no, è vero, ed ora lo
vedo a dieci metri, come se il reale segmento di distanza
si fosse accorciato. Cosa fa là seduto, a guardare proprio
me, poi? E soprattutto, perché mi è tanto familiare?”
Fiore non capiva e per questo si sentiva infastidito,
sempre più a disagio e curioso. Era stravagante la
presenza di quel ragazzo, vestito in quel modo, a
bighellonare su un muretto, in una strada deserta, nella
nebbia silenziosa, e corroso dall’umido. Mentre pensava,
si sentì invadere da un freddo intenso. Lo percepì come un
colpo di frusta sulle carni vive. Poi non sentì più!
Niente. Né freddo, né umido.
La curiosità montante lo assillava con le domande: “Sei
nuovo?” chiese brevemente al ragazzo. Questi strabuzzò gli
occhi, stupito: “Chi, io?”
“C’è un altro forse?”
Il ragazzo continuava a fissarlo con aria ora amorevole,
con rispetto.
“Allora, sei nuovo? E’ così difficile rispondere?”
“Non capisco perché vuoi sapere se sono nuovo: cosa
significa?”
“Ma niente, è un modo di dire! Siccome credo di non averti
mai visto prima, vorrei sapere, così, per semplice
curiosità, se abiti o no da queste parti.”
“Perché? vedersi e conoscersi sono condizioni necessarie
dei vicini di casa?”
Ora a Fiore quel presunto ragazzo appariva ancora più
strano, per via di un fascio di luce scialba che, forando
la massa nebbiosa, ne aveva illuminato il viso, rendendo
però la valutazione dell’età, anziché agevolarla, ancora
più incerta; anzi in quel momento non gli si poteva
attribuire di certo quella di ragazzo, del quale, oltre
l’aspetto generale, soprattutto la cadenza della voce, ma
anche lo sguardo, venato d’ironia, davano all’uomo, che
l’osservava con curiosità morbosa, una forte sensazione di
familiarità, eppure confusa, come proveniente da ombrose
fratte della memoria, tra le quali giaceva, morta da molti
anni, una secca sterpaglia di ricordi. E che ora quella
visione riesumava.
Rammentò all’improvviso il suo argomentare involuto nei
discorsi con i coetanei, quando era lui un ragazzo. Gli
sembrò di ripercorre un tunnel, lungo il quale bagliori
intermittenti guizzavano nel buio proiettando immagini con
confini evanescenti, come larve nell’intermezzo dello
sviluppo, quando non hanno le forme definitive né dell’uno
che hanno lasciato, né dell’altro organismo che
diventeranno. Involuzioni verbali che miravano ad irritare
gli interlocutori, a forzare il dialogo e a contorcerlo
con ghirigori sintattici, che sovente si concludevano in
bisticci.
“Non è questione di necessità” disse Fiore,”ma di
occasioni. Se sei di questa zona, per tutte le volte che
sei uscito di casa e rientrato percorrendo gli stessi
pochi viali, avremmo dovuto incontrarci talvolta, ti
pare?”
“A me si! A te non pare che potremmo esserci incontrati
senza esserci visti? Ogni giorno, per una vita, anche tu
hai percorso questa strada, non scorgendone tutti, ma
proprio tutti, i particolari; lungo gli anni tuoi hai
frequentato infiniti luoghi, ma di essi cosa hai visto?
Solo una parte! Quella potuta osservare dal tuo punto di
vista; e nei tuoi ricordi ce n’è ancor meno. Nella parte
che manca alla tua memoria evidentemente c’è anche il mio
volto: lo specchio riflette l’immagine fino a quando il
corpo gli sta davanti.”
“Vorresti dire che non ho memoria? Come puoi dire questo
se non mi conosci?”
“Se io non ti conosco, neanche tu conosci me: allora
perché mi rivolgi la parola e mi fai l’intervista?”
“Il tuo aspetto mi sembra familiare. In te c’è tutto
quello che fa dire ad un amico, ad un parente: ci
somigliamo come due gocce d’acqua! Ed è questo che è
strano, perché sono sicuro di non averti mai visto prima
d’ora, né mi risulta che in qualsiasi parte del mondo
vivano ancora miei parenti.”
“Vedi che mi dai ragione? Hai la memoria ma non sai
leggerla, sei come il cieco davanti allo specchio, questo
continua ad esercitare la sua funzione…”
“Ma io non mi vedo, vuoi dire!”
“Sei stato come il vento su un campo di fiori: esso passa
ramingo, spesso rabbioso e mai si accorge della bellezza
che ha sotto. Tu sei volato sulla tua vita, senza
assaggiarne il profumo. Ora hai perso le narici. Comunque
sappi, anche se non vale più nulla, che io ti ho sempre
voluto bene!”
Lo stomaco di Fiore ebbe un sussulto, come colpito da un
crampo. Si stava incaponendo, voleva stare al gioco a
tutti i costi, tanto da essere determinato a non prendere
la corriera se fosse arrivata in quel momento. Un chiarore
argenteo avvolgeva come in una sfera il sito; il palo
della fermata al suo fianco sembrava luccicasse dove non
c’era ruggine, il muricciolo svelava con nitore le crepe,
nelle quali si intravedevano i merletti delle ragnatele, i
cipressi, come chiusi in adorazione, sembravano in fila
lungo il viale di un cimitero; i capelli del ragazzo a
qual bagliore erano diventati improvvisamente bianchi, ora
sembrava invecchiato di colpo.
“Anch’io ti ho amato!” Lo disse per reazione, senza
riflettere e capire il valore di quella assurda
dichiarazione.
“Lo so!”
Era nervoso. Il ragazzo stava vincendo, forse per merito
della sua età, o forse semplicemente perché a Fiore
sembrava più giovane, il che lo metteva in una situazione
di inferiorità, perché, magari, si era solo convinto che
fosse più giovane per l’impressione avuta dai primi
sguardi superficiali, ma che poi, a scrutarlo
attentamente, sembrava più in età, adulto, anzi, ora era
sicuro che fosse anziano, diciamo della sua stessa età.
In tal caso, che senso aveva quella dichiarazione d’amore?
E da dove nasceva la ferma sicumera ostentata da quel
personaggio?
“Se sai che ti voglio bene perché dici che non ci siamo
mai visti?” Chiese Fiore dopo un lungo silenzio.
“Io non ho detto questo: sto solo cercando di rispondere
alle tue assurde domande.”
Fiore era interdetto, non capiva in quale gioco assurdo
fosse stato invischiato. Aveva già cambiato idea. Ora
imprecava contro la corriera in ritardo: la scusa di dover
andar in fabbrica, per svolgervi il suo lavoro di operaio,
lo avrebbe liberato da quella contesa in cui, ormai ne era
convinto, avrebbe avuto la peggio: le sue domande
“assurde”? Perché le sue parole avevano dato a lui questa
impressione? O forse bluffava!
“Sei un giocatore di pocher?” Gli chiese, nel tentativo di
spiazzarlo.
“Non ho mai giocato a carte.”
Fiore ricordò di aver avuto sempre avversione per quei
giochi.
“Sai perché le tue domande sono strane?” Chiese il ragazzo
piegato in avanti, col palmo delle mani premuto sul
muretto, dondolando con più ritmo le gambe.
Straordinario, ora prendeva lui l’iniziativa, gli faceva
l’interrogatorio, lo sottoponeva a quesiti. La curiosità
prepotente mise a forza la domanda in bocca a Fiore.
“Perché?”
“Sai già le risposte!”
“Ad esempio, di quale domanda?”
“Di quella con cui mi chiedevi se mai ci fossimo visti.”
“E allora?” Non ne poteva più, voleva scappare da quella
nebbia equivoca, da quella fermata ormai inutile, dal
silenzio corposo che avvolgeva il posto, dove i suoni
vagavano come ombre lontane, circondati da bianco e poroso
polistirolo. Così gli giunse la voce dell’interlocutore,
come un oggetto fragile immerso in una nuvola di bianchi
frammenti.
“Noi siamo stati sempre insieme, come puoi non saperlo?”
La risposta sgorgò immediata ed offesa:
“Io non ti conosco, perché sei arrogante con me?”
“Non mi conosci? Guardami bene!”
Stava tremando. Stupore e sconforto aggiungevano nebbia a
nebbia. “Perchè si trovava in quella situazione pazzesca?”
Pensava, Fiore. “Forse non era sveglio, o forse l’aria
infetta per le esalazioni delle fabbriche gli aveva
drogato la mente. Non poteva essere che questa la
spiegazione: era drogato, in qualche modo, e in qualche
tempo, doveva aver assunto sostanze allucinanti e si
trovava ora per questo in una dimensione irreale, in cui
le forme variavano in maniera lenta ma incessante le
proprie linee, arrotondando o aguzzando le loro immagini,
avvicinando o allontanando il piano di visione, come in
un proscenio mobile, scivoloso, davanti all’immenso
sipario della nebbia.” “Guardami bene!”. La richiesta
perentoria a ondate sussultava nella mente, ripetendosi
all’infinito. Fiore dilatò gli occhi in uno sforzo
estremo: l’interlocutore sembrò avvicinarsi, quasi a
stabilire un contatto. Constatò che gli somigliava. No, di
più: era il suo sosia! Perfetto. Non capiva, ragionava
come in delirio. “Perché gli somigliava così tanto? Che
era questo mistero?”
“Mi hai riconosciuto?” chiese dolcemente il finto ragazzo,
ora così vicino da sentirne lui l’alito freddo. Fiore in
preda ad un indicibile sgomento chiese balbettante:
“Non so, non credo. Aiutami! Chi sei?”
“Scettico fino all’ultimo! Io sono te stesso!
“Perché … perché mi prendi in giro?”
“Non ti prendo in giro: siamo morti, ora!”
“Ma se sono qui, alla fermata; aspetto la corriera per
andare al lavoro!”
“Questa è la nostra ultima fermata!”
Fiore alzò con uno sforzo immenso la testa per guardare in
alto: la targa sopra di lui era bianca, senza scritte.
Abbassò gli occhi, steso sulla terra. L’ultima visione di
sé stesso era svanita.