Tina Cancilleri in Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia
Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia: a proposito de Il re di Girgenti
Tina Cancilleri, Edizioni Tracce Novembre 2005
L’ambientazione storica.
Per avere una maggiore comprensione de Il re di Girgenti, il penultimo romanzo storico camilleriano, è fondamentale partire dalla concezione della storia dell’autore siciliano per prendere poi in considerazione l’ambientazione storica del romanzo.
Come spiega Camilleri:
In tutta la mia produzione letteraria, la storia assume un valore importante. I miei romanzi hanno dei riferimenti storico-temporali, che poi rielaboro in maniera del tutto soggettiva. Nel Re di Girgenti, in particolar modo, la presenza della storia è un riferimento costante. Una cornice che ha una funzione rilevante nel meccanismo del racconto.
Per lo scrittore empedoclino la lettura dei processi storici, priva di un supporto interpretativo è inconsistente. La storia senza una chiave di lettura sarebbe una successione incomprensibile di fatti.
Partendo da questo suggerimento, è opportuno tracciare in breve il quadro della Sicilia tardo seicentesca per arrivare ai primi decenni del secolo successivo. L’isola in questo periodo è caratterizzata da una serie di eventi che possono essere considerati universalmente acquisiti al giudizio storico e da altri, invece, che rimangono tutt’ora controversi. Quest’ultimi, però, non possono essere ignorati perché dalla loro spiegazione dipende l’interpretazione che si dà al periodo preso in considerazione e, anche se indirettamente, l’atteggiamento che si assume nei confronti della Sicilia contemporanea e dei suoi problemi.
L’egemonia spagnola nella penisola italiana aveva solide basi e i suoi possedimenti, fra cui la Sicilia, erano governati da un Supremo Consiglio d’Italia (con sede a Madrid), anche se, in realtà, detentori del potere erano i viceré. Il potere delle autorità locali era limitato a rappresentanze del clero, della nobiltà e delle città demaniali (ossia quelle che dipendevano direttamente dallo Stato e non dai baroni o signori feudali); tali rappresentanze costituivano dei Parlamenti feudali denominati «Bracci in Sicilia». Sul piano politico generale, quindi, detentore del potere era il re di Spagna; su quello della vita civile, invece, il Viceré, per cui un siciliano, anche se di nobili origini, non vi era giustizia possibile.
Chiarificatore, da questo punto di vista, è il dialogo tra Gisuè e il principe don Filippo Pensabene di Baucina, all’interno de Il re di Girgenti:
«… Mi pare d’aviri accapito che quel duca v’imbrogliò! Ricurriti alla liggi!».
«La legge! Tu lo sai chi comanda in Sicilia?».
«U re di Spagna».
«Sì, ma il re se ne sta in Spagna e qui ci sta il suo viceré, la cui figlia, bellissima, si chiama Isabella, si è maritata proprio col duca Pes y Pes. Mi sono spiegato?».
«Sissignora. Di sicco o di sacco, voscenza havi sempri torto».
Questo scambio di battute tra i due personaggi è particolarmente significativo perché pone in rilievo l’incapacità per un principe siciliano, di poter reclamare giustizia per un torto subìto (non era questa la medesima speranza nutrita da Renzo Tramaglino nello studio dell’avvocato Azzeccagarbugli?).
I motivi ispiratori che portarono alla nascita di movimenti di opposizione popolare, molto frequenti in Sicilia a partire dalla fine del XVII secolo e inizio XVIII, furono il malgoverno spagnolo prima e quello Savoia dopo. Essi esprimevano la disperazione del popolo siciliano ma erano destinati a fallire e a lasciare immutata la situazione a causa della mancanza di una guida e di una coscienza politica capaci di far convergere le proteste contro la fame, il pagamento delle gabelle e le condizioni disumane di vita.
Ed è proprio questa situazione che Camilleri rappresenta, tra l’altro in maniera egregia, attraverso una fedele ricostruzione storica frammista di elementi fantastici, all’interno del suo romanzo storico Il re di Girgenti. Egli diviene così il portavoce, attraverso la figura del protagonista, della classe dei diseredati che lotta per una rivoluzione impossibile. Le rivolte di questi contadini falliscono perché, come sostiene lo stesso autore, si ha la mancanza di un progetto politico realistico. Le speranze dei contadini non avevano un collante programmatico, erano solo un sogno. Ricordiamoci che la rivolta di Girgenti è un fatto realmente accaduto agli inizi del Settecento, siamo molto lontani dall’elaborazione di culture politiche che rappresenteranno in seguito le masse popolari. E vi è anche un’altra cosa da dire. la legittimazione del potere nell’epoca presa in considerazione avveniva dall’alto, ogni ipotesi rivoluzionaria era del tutto utopica.
L’ostilità delle classi nobiliari locali e gli eccessi dei rivoltosi, permisero che la Spagna ristabilisse il proprio dominio e procedesse alla repressione.
Oltre ai problemi citati, la Sicilia del Seicento evidenziava problemi di altra natura: lunghi periodi di siccità, l’avanzare di una malattia contagiosa come la peste, la carestia e, per completare, eventi di calamità naturale, con esiti a dir poco catastrofici, come il terremoto del 1693.
Sugli eventi citati Camilleri si sofferma nel romanzo, probabilmente prendendo spunto dalle proprie letture manzoniane, e di cui si parlerà successivamente.
Al terremoto del 1963, è dedicata buona parte del primo capitolo della parte terza de Il re di Girgenti. Camilleri, dopo una breve parentesi relativa al matrimonio di Zosimo e alla nascita del suo primogenito, si accinge alla descrizione dell’evento, dando ampio spazio alla fantasia associata ad elementi tragici (come la morte di un figlio) e magici (nel romanzo, infatti, si imputa la fine del terremoto ad un rito magico fatto, in un momento di particolare disperazione, da Zosimo) .
Ma a produrre effetti e lasciar tracce persino più incisive delle catastrofi naturali saranno, in Sicilia, gli eventi storico-politici che si susseguiranno in quegli anni. Infatti, è con l’affermarsi del nuovo secolo che le fortune dell’impero spagnolo cominciano a declinare e una serie di eventi politico-militari rende instabile l’assetto politico dell’isola per tutto il secolo: il breve dominio dei Borboni (dal 1700 al 1713), il passaggio della corona alla casa Savoia (dal 1713, anno della pace di Utrecht, al 1718) e la guerra in Sicilia fra Spagnoli e Austriaci (dal 1718 al 1720).
Agli eventi di carattere politico-militare sono affiancati quelli di carattere politico religioso. Difatti, nel romanzo, trovano spazio argomenti quali l’inquisizione spagnola e la discesa, dopo la pace di Urecht, di Vittorio Amedeo II di Savoia che, nei pochi anni di regno dell’isola, fu costretto ad affrontare e proseguire dispute religiose avvenute durante il periodo della dominazione spagnola.
Per quanto riguarda l’Inquisizione di Sicilia, è bene ricordare che essa, come sottolineano gli studiosi Romano Canosa e Isabella Colonnello…
Dialogo con Andrea Camilleri
Quanta influenza hanno avuto su di lei i romanzi storici di Sciascia ed in particolare Il consiglio d’Egitto?
I romanzi storici di Sciascia ed in particolare Il consiglio d’Egitto?
Che sia detto a quattr’occhi! Io ritengo che sia il più bel libro, anche se la critica non è stata poi tanto d’accordo.
Certo che ha avuto influenza anche se volevo dire una cosa. Il modo, la procedura di approccio alla storia di Sciascia è assai più leale e veritiera di quanto non lo sia la mia. Cioè a dire…Leonardo si basa su una relativa verità storica; io la storia me la invento.
Si, in questo concordo anch’io ma…a mio avviso, per quanto riguarda l’ambientazione storica, la sua è veritiera. Indubbiamente i suoi romanzi storici sono molto sui generis e questo lo si vede anche ne Il re di Girgenti ma la sua ambientazione storica è degna di nota. Almeno, questa è la mia modesta opinione.
Si, è vero quello che lei dice, quello che lei domanda. La risposta è parzialmente si. Ecco, non totalmente.
Uno dei compagni di Zosimo viene ucciso da un piemontese e lei descrive anatomicamente il modo in cui viene colpito dalla sciabola; possiamo azzardare un’influenza del romanzo seicentesco Gargantua e Pantagruele di Rablais e, per l’esattezza, nella funzione della morte anatomica individuata da Bachtin?
Lei dice: “uno dei compagni di Zosimo viene ucciso…”
No. Le dico subito da dove viene, quale origine letteraria ha dietro le spalle. E’ l’ultima pagina esatta de I vecchi e i giovani di Pirandello; non è altro. Cioè a dire quando i piemontesi ammazzano il vecchio garibaldino, lo rigirano, vedono le medaglie e dicono: “ ma a chi abbiamo ammazzato”.
E’ questa la pagina che mi ha colpito, è questa la pagina che ha un eco nella mia pagina. Non certo il Gargantua.
E’ stata segnalata in alcuni libri di Sciascia l’influenza della concezione pirandelliana della realtà ed ho notato che lei spesso ( per esempio ne La gita a Tindari e ne L’odore della notte e infine ne Il re di Girgenti, in particolare nei capitoli riguardanti l’infanzia di Zosimo ) rappresenta l’immagine del famosissimo ulivo saraceno di Contrada Caos. Ciò vuol dire che lei si vuole idealmente rifare a Pirandello?
L’immagine del famosissimo ulivo saraceno in Contrada Caos.
Non è che uno, vede, ha l’intenzione. Lei mi chiede, mi domanda: “lei si vuole idealmente rifare..”. Sa, all’atto della scrittura è difficile che ci sia il proposito quale quello di idealmente rifarsi. Può darsi che uno si rifaccia ma è come un eco che lavora dentro di lui. L’apprende a posteriori da studiosi come lei che ci può essere questo rapporto ma all’atto della scrittura non c’è intenzionalità. Su questo argomento torneremo fra un po’.
Il personaggio del commissario Montalbano si può avvicinare come ispirazione al commissario Comis del Contesto di Sciascia?
No. Il personaggio del commissario Montalbano non si può avvicinare al commissario Comis del Contesto di Sciascia. Il personaggio del commissario Montalbano è un personaggio seriale che è una cosa assai diversa da un commissario che si trova una sola volta. Il personaggio del commissario Montalbano, come acutamente ha notato mia moglie, non è altro che una lunga biografia di mio padre.
Nel personaggio di Montalbano possiamo ritrovare la tipologia del detective anti-razionalista che arriva alla risoluzione dei casi per via delle intuizioni, a differenza del giallo classico alla Doyle o alla Cristie, e non attraverso un ragionamento analitico. In ciò lei si ispira a Dùrrenmatt o ai polizieschi di Sciascia ispirati a Dùrrenmatt?
Nel personaggio di Montalbano certo che più che problematiche alla Doyle o alla Cristie lei trova problematiche alla Dùrrenmatt. E’ ovvio, è evidente. Nei personaggi alla Doyle o alla Cristie c’è o l’aneddoto o la deduzione scientifica di cui non ha nulla il mio personaggio Montalbano.
Anzi, in Montalbano prevale più l’intuizione che la riflessione. E’ la riflessione che deriva dall’intuizione.
Certo.
[…]
Ne Il birraio di Preston, e soprattutto nella struttura composta da micro-racconti collegati fra loro da un evento o personaggio comune, possiamo ravvisare la struttura del romanzo picaresco? E Il re di Girgenti può essere accomunato a questo genere narrativo?
Si, ne Il birraio di Preston, si. Si, certo che c’è del picaresco. Il picaresco mi interessa molto.
Nell’episodio del vescovo Ballassaro Raina, possiamo scorgere una similitudine con il personaggio principale del Lazzarillo de Tormes che, lavorando per un arciprete viene beffato e, successivamente, ne diviene il beffatore?
Metto le ultime due domande assieme, va bene? Ora tenga presente che il romanzo da lei citato, simbolo del romanzo picaresco, il Lazzarillo de Tormes, io l’ho studiato a fondo per un motivo molto semplice.Io sono stato il regista della rappresentazione in quattro puntate che ne fece la Rai, Radio Televisione Italiana il che comportò proprio uno studio del testo molto serio e molto approfondito. Allora, certamente capita che ti rimane appiccicato addosso dopo uno studio di quel tipo. Qualche cosa rimane.
Fa parte poi di quel bagaglio culturale che uno si porta dietro, no?
Certamente che fa parte del bagaglio che uno si porta dietro. Vede, metterlo in scena come ho fatto io e registrarlo in Tv è qualche cosa di più che leggerlo. Significa entrare dentro i personaggi e cercare di renderli plausibili e vivi. Quindi, per questa intuizione del Lazzarillo io gliene do pienamente atto.
Il personaggio del marchese Boscofino con il suo atteggiamento filo-democratico richiama la figura di Consalvo de I Viceré / Tancredi de Il Gattopardo con la filosofia “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”? Ed il personaggio Armando Giaele Ficarra di Santo Spirito non richiama la figura del principe di Salina ne Il Gattopardo con la sua passione per l’astrologia? E, ancora, lei sente più “suo” Il Gattopardo o I Viceré di De Roberto?
Io posso avere nella memoria un esempio. L’esempio non riguarderà mai Il Gattopardo; l’esempio riguarderà quasi sempre l’esempio de I Viceré di De Roberto.
Del Gattopardo io rifiuto tantissime cose; dei Viceré di De Roberto io accetto quasi tutto.
Questa è la differenza del mio rapporto tra i due libri. E’ chiaro che avendo preventivamente questo tipo di rapporto con i due tipi di romanzi, faccia lei quale dei due tipi di romanzi può influenzarmi di più rispetto a un altro.
[…]
L’ideale di fratellanza internazionale propugnata da Zosimo non si ispira idealmente alla Società delle Nazioni ( Onu )? Non riscontriamo, quindi, nel romanzo, anche echi della contemporaneità?
L’episodio in cui Zosimo comincia a scrivere alcune leggi su un tronco d’albero “liscio e bianco” non richiama alla tradizione storica delle origini di Roma, alla Tabula dealbata e alle leggi delle XII Tavole?
E’ fondamentale la domanda che lei pone, cioè a dire, la fratellanza internazionale e il fatto che Zosimo scriva le sue leggi su un albero scortecciato: esse non appartengono a me. Sono un mio furto vero, autentico dell’abate Meli. L’abate Meli ha scritto, tra le varie cose, un poemetto splendido che riguarda don Chisciotte e Sancio Panza. Nel poemetto dell’abate Meli queste leggi di Zosimo sono le leggi di don Chisciotte e che don Chisciotte scrive su un albero scortecciato.
Questo lei lo può scrivere tranquillissimamente perché è un mio debito di un furto che io ho operato nei riguardi di Meli. Non solo, mi fa fare un sostanziale salto illuminista a Zosimo perché l’abate Meli verrà in tempi di Illuminismo, cosa che Zosimo non è.
Queste sono leggi illuministe e io me ne sono appropriato per allargare intellettualmente la figura di Zosimo.
Zosimo un precursore dell’ Illuminismo, quindi.
Esattamente.
L’episodio in cui Zosimo comincia a scrivere alcune leggi su un tronco d’albero “liscio e bianco…”. Non lo so, no. A questo non ci ho neanche pensato perché le leggi della Tabula dealbata, perché io ero dentro la storia di Meli quando scrivevo.
[…]
Sempre ne Il re di Girgenti sono molto presenti echi manzoniani: nella figura del duca Pes y Pes ed i suoi due scagnozzi, Honorio e Hortensio, non sono citati don Rodrigo e i suoi bravi?
Guardi, gli echi manzoniani ne Il re di Girgenti sono molti…
Dialogo con l’artista
Incontro con l’artista siciliano Francesco Meli
Che cos’è per te l’arte?
L’arte è un esprimere tutto ciò che si ha dentro!
Nello specifico, il tuo dentro che cosa esprime?
Voglia di creatività e di rinascita.
Voglia di creatività perché esprimo un qualcosa che sento nel momento in cui comincio a creare e che attraverso il contatto dell’argilla con le mie mani prende forma.
Rinascita perché la realizzazione di ogni mia opera rappresenta da un lato la nascita di un nuovo figlio e dall’altro una mia nuova nascita.
Tra l’altro, ci tengo a precisare che questa creatività trova espressione in me non solo attraverso l’argilla ma ogni qual volta creo qualcosa. Può essere la realizzazione di una nuova vetrina in un negozio, un disegno o qualsiasi altra cosa che mi spinga a creare.
Com’è nata la passione per l’arte? C’è stato un momento d’inizio?
La passione per l’arte è nata da piccolo. Ho iniziato ad esplicarla grazie a un professore salesiano, don Enzo Biuso, che “chiamava a sé” gli allievi che riteneva più portati all’arte. Nonostante la mia passione non ho mai frequentato un istituto d’arte. Ho imparato tutto da autodidatta.
Che cosa “si sente dentro” Francesco?
Io più che “sentirmi dentro” ho una forma di chiusura personale che, se da un lato si trasferisce e si avverte nelle mie sculture dall’altro mi porta, anche se potrebbe sembrare un paradosso, ad una forma di apertura verso il prossimo. Probabilmente questo mio modo di essere e di porgermi è dovuto ad una serie di difficoltà avute durante il mio percorso di vita. Questa forma di “chiusura” per me rappresenta una sorta di autodifesa perché in tal modo, soprattutto all’atto della creazione, nessuno mi può scalfire. Un esempio di questo mio modo di essere si possono riscontrare nei miei due figli “L’UOMO E LA SUA COSCIENZA” e “LA SOLITUDINE”. Queste due opere rappresentano due tappe fondamentali di “Io Francesco”.
Ti senti solo quando ti esprimi artisticamente?
Nel momento in cui creo sono in “beata solitudine”. Infatti, non riesco a creare in presenza di altri perché in quel momento viene a mancare l’energia propulsiva alle mie creazioni, ossia “la solitudine”.
C’è un artista a cui ti ispiri?
C’è sempre un qualcosa o un qualcuno da cui si prende spunto. Quello è il punto di partenza per una creazione. Può essere l’opera di un artista famoso come l’incontro con una persona.
Tra le opere realizzate fino ad ora quale ti rappresenta di più o senti più tua?
“L’uomo e la sua coscienza”!
Perché?
Perché in quella rivedo me e l’altro me! Non si è mai da soli alla fine perché in noi albergano sempre due personalità apparentemente distinte l’una dall’altra ma in realtà complementari tra loro.