Francesco Paolo Mastruzzo
Il Timido
Il bar era affollato, come sempre in quei giorni, da una fauna urbana varia: pensionati; giovani coppie che, tra uno schiocco e l’altro di labbra, sorseggiavano una bibita; afecionados del pallone che s’infervoravano per i risultati della squadra del cuore e consigliavano, virtualmente, tra un caffè ed una birra, l’allenatore sulla prossima partita; insomma il solito mondo poliedrico e chiassosoda ritrovo estivo. È in questo microcosmo di odori e suoni che lui l’aspetta. L’aveva vista la prima volta tre settimane prima, mentre attraversava la strada, fasciata da un leggerissimo vestitino estivo a fiori. Da allora non era più riuscito a dimenticarla: aveva scoperto che lavorava per lo studio del commercialista all’angolo e che per la pausa pranzo scendeva sempre al bar.
Così ogni giorno andava al bar, prendeva un the freddo, che nell’attesa tornava alla sua temperatura originale, e aspettava, nella speranza di trovare il coraggio di parlarle. E come ogni giorno lei arrivava, puntuale, portando con sè il profumo dei fiori e della rugiada (o almeno così gli sembrava): si avvicinava al bancone, sceglieva con cura ciò che sarebbe stato il suo pranzo, poi un tavolino dove sedersi; finito di mangiare, pagava e scappava via.
E mentre lei consuma questo rito quotidiano, lui si consuma nel desiderio di poterle parlare; combattuto tra la sua timidezza, che lo inchioda alla sedia, e il suo desiderio, che lo vorrebbe fare volare da lei. Il rituale (lui che si siede e aspetta, lei che entra, consuma il pasto e scappa,lui che non si decide, combattuto, e alla fine torna a casa sconfitto) si era svolto sempre uguale, quasi religiosamente, giorno dopo giorno, fino ad oggi: oggi infatti si sarebbe fatto avanti, o almeno così voleva credere. Aveva deciso per un tavolo che fosse quanto più vicino possibile alla porta, (in
questo modo potrò parlarle, pensava). Così aveva scelto il miglior vestito dall’armadio, messo il profumo più costoso che aveva e da tre giorni faceva smorfie verso lo specchio del bagno, per riuscire a trovare il sorriso più ammaliante. Così arrivato al bar e scelto il tavolo giusto, attende, come sempre, il suo arrivo. E lei arriva, come ha fatto nelle ultime tre settimane, per la pausa pranzo, scegliendo le pietanze, il tavolo dove sedersi e cominciando a mangiare. E lui rimane ancora bloccato, sudando dentro il suo bell’abito, mentre si tormenta le mani e cerca un coraggio che non riesce a trovare. Lei ha finito il suo pranzo, si alza, gli passa accanto. Lo sfiora con una mano e dice “Permesso…” Quella stessa sera lui scriverà, nel suo diario: Mi ha parlato…
Il Re Zoppo
(A Gianni M.)
In un regno lontano lontano viveva un re che, a causa di un incidente che lo aveva reso claudicante, tutti chiamavo il Re Zoppo.
Venne il giorno del suo compleanno e da ogni parte del regno gli giunsero regali: dai Boschi dell’Ovest gli fu donato un bastone magico, ricavato dal legno del centesimo ramo della centesima quercia centenaria: bastava che lo impugnasse e questi si sarebbe adattato al suo braccio.
Dalle Terre del Sud scarpe incantate, capaci di adattarsi ai suoi piedi e dai Laghi del Nord un carro che solo lui avrebbe potuto guidare, i Dottori della Città dell’Est gli diedero pozioni speciali e i Fabbri di Montefuoco gli costruirono un’armatura invisibile. Ma nessuno di questi regali lo soddisfaceva.
Poi dalla Città del Mare arrivò una pergamena: senza alcun titolo, senza timbri o cartigli che indicassero il mittente si presentava arrotolata e chiusa solo da un nastro rosso. Molti si chiesero cosa essa contenesse e molte furono le ipotesi: - sarà una formula magica con cui trasformare il piombo in oro o comandare tutti i demoni della terra e gli angeli del cielo - dissero alcuni; - No, sarà la mappa per arrivare alla mitica città di Orofinia, dove le vie sono d’argento, i palazzi di smeraldo con tetti di diamante, la gente veste abiti trapuntati di topazi e rubini e le fontane gettano latte e miele, i fiumi vino e basta scuotere un albero o scavare per terra per poter avere qualsiasi leccornia; risposero altri. In realtà quella pergamena conteneva un racconto: in esso si narrava la storia di Solferino, il minatore. Quest’uomo non aveva altro desiderio che potere volare. Più volte vi tentò: una volta cercò di catturare trenta oche che voleva legare per le zampe ad un canestro sul quale sarebbe poi salito; ma appena si avvicinò al lago, le oche lo presero a colpi di becco e lo scacciarono via; poi tentò di costruire un aquilone ed un temporale glielo distrusse; in seguito tentò di gonfiare un pallone con aria calda, ma riuscì solo a dargli fuoco. Nonostante tutti i suoi tentativi non avessero successo non si arrese mai; finché un giorno non incontrò un eremita che gli regalò una sfera magica. Si nutre di sogni e speranze - disse l’eremita - e più sono grandi più in alto potrai volare. Con questa frase finiva il racconto. Poco più distante, in fondo alla pergamena, si trovava una scritta che recitava: non posso dare nuove gambe, ma posso regalare nuove ali!
Agamennone
La porta dei Leoni; questa fu la prima cosa che vidi quando tornai. Quando la rividi fui travolto, come un naufrago sopra una zattera, da un ricordo: era estate, un giorno caldo e solare, io ero un ragazzino mentre Menelao era ancora un bambinetto,quando re Atreo, nostro padre, ci condusse di fronte a questa porta; ricordo quello che ci disse: Vedete, sopra la porta i leoni sono due, come voi; sono uno di fronte l’altro ed insieme reggono la colonna. Così siate voi: non odiatevi nè entrate in competizione, ma insieme reggete il regno e pensate, come un unico corpo, al suo bene.Così feci fino a che non venne quel troiano maledetto a rubare, al mio stolto fratello, Elena. Io ho sempre pensato che non fosse la donna adatta per quell’inetto: troppo bella,intelligente e furba per lui, quindi non mi stupii quando scappò con l’altro; ma non mi sarei mai aspettato la reazione di Menelao! Ancora sento i suoi passi incedere veloci nel corridoio del palazzo, la porta spalancata così violentemente da sbattere contro la parete e i suoi occhi: rossi, furiosi, carichi di una follia bestiale.
Gli ci volle molto per riuscire a parlare; poi esplose con una solo frase, quasi ululata tra gli sputi di saliva: “Tradimento!”; e da li a dimostrarmi che era unaffronto verso noi, il popolo, i Numi e tutti i principi greci il rapimento di sua moglie. Non gli ci volle molto a convincermi: bastarono quelle poche parole che mi rivolse a infiammarmi; ma quello che mi venne chiesto dopo…che gli Dei mi perdonino, come ho potuto farlo succedere, come ho potuto essere così stolto da permetterlo, come?…Più volte mi sono ripetuto che era per il bene del regno, che non avevo altra scelta, che non potevo fare diversamente. Ma la verità è un’altra: fui un vigliacco quando davanti a tutti i principi riuniti mio fratello mi disse: il regno è stato offeso, l’onore della nostra stirpe è stato macchiato e i tempi di guerra chiedono grandi sacrifici all’umile come al potente. Così per l’onore e la gloria del nostro popolo è necessario che tu acconsenta a questo sacrificio.
Io in quel momento avrei voluto strappargli il cuore, ma vigliaccamente non dissi nulla e lasciai che il boia facesse il suo mestiere, che il sangue scorresse, e molto altro ne fu versato innocente, inutilmente durante questa lunga guerra; combattuta per un omuncolo che già al primo assalto si rifugiò dentro la sua tenda a piagnucolare, come una donnicciola qual era, mentre io mi sporcavo le mani del sangue di un popolo che non aveva altra colpa che avere dato i natali a quello sciagurato ospite. Ma il fato è beffardo: quando conquistammo finalmente la città, ormai ridotta a un cumulo di macerie e cadaveri ammassati, dentro non vi trovammo il motivo di questo lungo massacro: Elena era scappata ancora prima che noi arrivassimo, se mai giunse ad Ilio. Il ritorno fu molto penoso, roso dall’interno dal senso di colpa per l’inutilesacrificio che ha sporcato di sangue la nostra guerra; poi giunto in patria, accorgermi del dolore, trasformato in odio dal tempo, di Clitemnestra: quello sguardo, nero di sofferenza e rancore, che mi gettò quando dissi che volevo lavarmi, ed io che non potevo dirle che avevo capito tutto: che lo sporco che macchia le mie mani non riuscirò mai a lavarlo, che anch’io anelo un sonno senza più voci che urlano il mio nome, senza più sangue che scorra.
E adesso che questo sonno arriva, per mano di Egisto, mi sembra d’essere tornatoindietro: di trovarmi di nuovo in quell’estate di tanti anni fa, tenuto per mano, accompagnato a vedere la Porta dei Leoni, solo che il mio accompagnatore non è più il re Atreo, ma la mia povera figlia Ifigenia.
Ifigenia
Fin da bambina ho avuto paura del buio, e nel buio è cominciato il mio dramma: fin da quella notte in cui sentii i passi di Menelao, il fratello di mio padre, lungo i corridoi della reggia; e, nascosta dietro una tela, sentii le urla, il pianto, le suppliche di questo smidollato: voleva che mio padre il re, andasse a riprendergli la moglie fuggita.
E fu sempre nel buio della mia stanza che sentii, qualche tempo dopo, le urla di mia madre, le maledizioni, le suppliche, il pianto misto di disprezzo verso i fratelli atreidi; ed in quel buio, che mi avvolgeva come un velo funebre, senti per la prima volta la parola “sacrificio”, mentre mi mordevo le labbra, fin quasi a farle sanguinare, piangendo in silenzio, in preda alla paura.
Ed adesso è il buio che mi accompagna verso questa inutile fine, mentre le guardie regie mi portano verso l’ara, tra i fumi degli incensi e le cantilene ossessive dei sacerdoti.
Mi volto un attimo verso mio padre e lo vedo, per la prima volta, piangere come un bambino, bloccato nel suo dolore come me, quando, ancora bambina, vidi per la prima volta un morto affogato portato dalle correnti sulle nostre spiagge. Allora mi prese in braccio, mi diede un bacio e mi disse: Non avere paura; quest’uomo sta solo dormendo. Adesso andiamo via, perché deve riposare; lo aspetta un lungo viaggio; così vorrei dirgli io: non ti preoccupare padre, vado solo a dormire, mi riposo per il mio lungo viaggio.
Per un attimo mi accorgo che accanto a lui c’era anche Menelao. Non ha il coraggio di guardami ne di guardare mio padre. Fin da quando ero piccola ho sempre pensato che la sua presenza portasse sventure: ogni qualvolta veniva mio padre si tramutava,diveniva più triste, si offuscava come se qualcosa dentro gli si spegnesse. Ed ora ho capito qual è la maledizione che si dice perseguiti la stirpe degli atreidi: non la tracotanza con cui, si dice, governò mio nonno; ma l’orgoglio, il potere e la matta bestialitade che esso porta con sè.
Sono arrivata all’altare. Alzo per un attimo lo sguardo: c’è una luna così bella
stanotte, pura, chiara, luminosa. Chiudo gli occhi, voglio che questa sia la mia
ultima immagine.
Clitemnestra
Tutte le notti un grido; quel grido, mi risveglia di colpo: Madre… aiuto. Io mi sento pietrificata, non riesco a parlare, non riesco a muovermi, come se le mie membra fossero di pietra; e vedo il mio sposo Agamennone, il grande re, il capo della spedizione, il potente tra i potenti; così tanto che ha permesso ad un giovane troiano di rapire la sposa di suo fratello e poi ha acconsentito a far uccidere Mia figlia… sua figlia… Ifigènia, inerte davanti a me. Lo ricordo con gli occhi bassi, implorante: non ha più avuto il coraggio di parlarmi da quella notte in cui mi comunicò del sacrificio, piagnucolando che era per il bene della patria, per l’onore degli Atridi, perché così volevano gli Dei.
Ed io ad urlargli quali Dei, quale patria? che si era fatto convincere da quello smidollato di Menelao, che andasse lui a riprendersi la sua sposa; che si era fatto influenzare da quel vecchio cieco portatore di sventure; che era sua figlia, SUA FIGLIA, non una giovane giumenta a dover essere sgozzata sull’altare. Ma lui continuava a piagnucolare che non poteva fare altro, che doveva farlo, che
tutti si aspettavano questo da lui. Ed io allora? Io cos’ero? Non avevo forse il diritto di aspettarmi che proteggesse la sua famiglia? sua moglie, ma soprattutto, sua figlia?
Questo non gli ho mai potuto perdonare: sacrificarla sopra un altare come una qualsiasi bestia da macello. Per questo ho accolto Egisto accanto a me: non per la sua bellezza, né per le sue
doti; solo perché mi aiutasse ad ucciderlo! D’altronde l’ho sempre saputo che non mi amava, né mi ha mai amato; lui non voleva me, ma il potere che è in me; il trono su cui io, la Regina Clitemestra, siedo; ed io ero disposta a darglielo questo trono che puzza di sangue e morte, purché mi aiutasse a vendicarmi. E lo fece, mi aiutò più che egregiamente: grande era la sete di potere.
Tutto accadde in una notte. Ancora la ricordo: era arrivato la mattina stessa in pompa magna, il buffone; credeva che il tempo, la lontananza, i doni che mi portava bastassero per dimenticare, per placare un odio che, notte dopo notte, veniva nutrito dal dolore d’avere perso una figlia.
Ed io glielo lascia credere; solo la sua nuova schiava, Cassandra, capì cosa volevo fare, ma non si oppose, in lei v’era la rassegnazione dei vinti dalla vita. Mangiò, bevve, rise il re Agamennone; poi affermò che era sporco dal lungo viaggio, che voleva lavarsi; io volevo urlargli che il sangue della figlia non l’avrebbe lavato via dalle sue mani né il Nilo né il Tigri impetuoso; ma mi trattenni. Guardai
Egisto: era il segnale. Più tardi, nella vasca, feci scorrere il suo sangue, come fece lui col sangue
d’Ifigènia. Con Cassandra fu diverso, non avevo nulla contro di lei; era soltanto nel posto
sbagliato al momento giusto, che poi è il destino di tutti gli sconfitti dalla vita;
con lei fui rapida, non volevo soffrisse per una colpa non sua. Sento dei passi. Deve essere Oreste; è venuto per vendicare il padre. È meglio così. Non voglio più sentire quel grido, non voglio più vedere quegli occhi che mi guardano confusi e spaventati; voglio solo riposare in un sonno senza più
voci.
Tre rintocchi di campana
Donn…
Il primo è per svegliare.
Donn…
Il secondo per chiamare.
Donn…
Il terzo per comandare.
Non ci saranno altri rintocchi; non ce ne sarà bisogno.
Dovrò andare al castello per ricevere gli ordini di colui che mi chiama: un omuncolo che disprezzo ma a cui sono legato da un antico patto, che non ho il potere di sciogliere; che mi costringe a ubbidirgli.
Tale è il potere della Campana Nera.
Entro nella corte esterna: in cima alla scala che porta ai piani nobili, appoggiato alla ringhiera, vedo il mio odiato signore.
La luce delle fiaccole lo illuminano mentre scende, rivelandone un’espressione grottesca, che dovrebbe essere un sorriso.
Il suo piccolo corpo tozzo, senza collo e dal ventre prominente, sembra preso in prestito da una delle oscene statue che ornano il palazzo.
Per un istante penso di ucciderlo e liberarmi per sempre da questo incubo; ma sembra che mi abbia letto nel pensiero e mi mostra, con un sorriso cattivo, l’anello nero simbolo del patto che ci lega e mi costringe a prestargli obbedienza!
Da una tasca interna del suo pellicciotto trae una pergamena: sono gli ordini per questa notte.
Dopo, con un gesto imperioso, mi indica il portone del castello: devo andare.
La notte è calma; alcuni grilli cantano lontani tra i campi, mentre nel cielo senza nubi uno spicchio di luna osserva il mio lento cammino verso il villaggio: in una delle sue case vi è l’oggetto della mia missione.
Il paese dorme i suoi sogni inquieti: dicono che in una notte come questa, notte di streghe e diavoli, fu forgiata la campane che m’imprigiona.
Percorro le vie scure, appena rischiarate dalla luce di qualche timida fiaccola. Mi confondo ombra tra le ombre di questa notte nera.
La casa dove svolgerò della mia missione si erge solitaria davanti a me: non una luce, non un suono di gente ne esce.
Dormono. Entrerò con passo di morte, silenzioso, per compiere lo scellerato volere di quell’omuncolo.
Torno che sta per albeggiare.
Tra le mani stringo un sacco.
Entro dentro il castello e, attraverso un porta di quercia nera, scendo nei sotterranei: la il mio padrone ha il suo personale laboratorio alchemico.
Mi aspettava con impazienza, e con feroce gioia apre il sacco. Quando ne vede il contenuto erutta in una risata gutturale: finalmente ha davanti a se la testa del suo nemico.
Il mio compito è finito, mi lascia tornare a riposare, per ora.
Donn…
Il primo è per tornare.
Donn…
Il secondo per dormire.
Donn…
Il terzo per imprigionare.
Lentamente torno verso il mio giaciglio: so già che la campana suonerà di nuovo per richiamarmi, strappandomi da quel sonno eterno che tanto desidero.
La Principessa Farfalla
(a Daniela N., perché i tuoi occhi possano tornare a sorridere)
Si narra che in un isola lontana, nel regno di Montestellato, vivesse una principessa di grande bellezza.
Da molto tempo, la poverina, soffriva a causa di un crudele maleficio: si raccontava, infatti, che un giorno, mentre era nella capitale del regno di Concadoro, avesse incontrato un cavaliere dalla splendente armatura, innamorandosene follemente. Gli anni passarono ed il cavaliere si dimostrò non essere ciò che aveva creduto la principessa, ma solo uno stregone la cui corazza incantata ne nascondeva le vere sembianze.
Molto ne soffrì di ciò la principessa e da quel giorno non riuscì più a vedere le cose belle che la circondavano, accecata per il falso splendore dell’armatura magica.
Tutto il regno si preoccupò per lei e da ogni luogo vennero maghi e stregoni, dotti e speziali per poterla guarire, portando sortilegi e magie, unguenti e preghiere; ma nulla sembrava potesse farla tornare a sorridere.
Poi un bel giorno arrivò a palazzo un uomo: veniva dalla Città Mare e si presentò come un cantore.
Ho saputo dal vento – disse – che la principessa è triste. Ed il sole, le nuvole e gli alberi piangono con lei, tristi per non sentirla più ridere.
Dopo aver detto questo aprì la sua bisaccia e ne estrasse una pergamena, legata da un nastro di velluto marrone, e, srotolatola, cominciò a leggere: Si racconta che nella terra di Oltremare, sopra la più alta delle montagna della Città del Vento, viva un vecchio saggio.
Chiunque, viandante o pellegrino che fosse, potevano rivolgergli, se lo desiderava, una ed una sola domanda a cui avrebbe dato risposta.
Un giorno passò per quelle terre un eremita che, saputo della sua sapienza ed incuriosito da essa, la volle mettere alla prova.
Così raggiuntone il rifugio gli pose il quesito: “Cos’è la donna?”
Ed il vecchio saggio rispose: “È una farfalla”.
L’eremita non riuscì subito a comprenderlo; allora il vecchio saggio gl’indico una candela, verso la cui fiamma si dirigeva una falena, e disse: “Come questa farfalla le donne sanno essere leggere. E come questa farfalla inseguono i loro sogni, a volte bruciandosi le ali per poterli raggiungere”.
Finito di leggere il racconto, il cantore sorrise alla principessa e disse: ora le tue ali sono bruciate perché hai inseguito il sogno sbagliato. Ma non ti preoccupare, presto ricresceranno e allora potrai di nuovo volare.
Ruberius
Mi chiamo Ruberius, cioè colui che è rosso: rosso come il sole al tramonto, come la notte senza stelle… come il sangue.
Sono nato in Sicilia nell’Anno Domini 1175 e divenni quello che sono nell’Anno Domini 1200, per colpa di un lurido soldato tedesco! Un cavaliere teutonico al seguito del nostro re Federigo.
Si chiamava Wolfang; era un uomo strano; quel tipo d’uomo che sembra non getti mai ombra quando passa.
Dicono che fosse molto intimo col Maestro Ermanno di Salsa; e che lo stesso Federigo lo tenesse in gran timore.
Tutto accadde una sera, quando stavo per tornare verso la mia dimora: lui mi prese di colpo, alle spalle, e con la spada puntatami al collo mi costrinse a subire il mio Battesimo delle Tenebre. Quando ebbe finito mi chiamò la sua puttana, un giocattolo che avrebbe usato ancora ed ancora, finché non si fosse stancato ed allora m’avrebbe lasciato andare. E mentre diceva questo rideva, il porco, rideva forte: di me, della mia perduta innocenza, dell’inferno in cui mi aveva trascinato. Per me fu troppo, presi la sua spada, di scatto, e lo trafissi dritto al cuore (volevo spezzarglielo quel cuore di tenebra!!); lui stramazzò a terra con uno strano lamento che gli proruppe dalla gola.
Lo guardai; per quanto tempo non so, poi decisi di fuggire: dentro me qualcosa stava mutando, e non sapevo cosa.
Avevo paura, freddo e una nuova fame si era impossessata di me, quando riuscì a salire su di una galea diretta verso il porto di Bari: là, pensavo, troverò il modo di andare lontano, magari nelle terre del Prete Gianni; o tra i greci, coi loro medici; o da qualche santo eremita che avrebbe scacciato da me il segno della vergogna.
Il viaggio fu lungo e sofferto, per via delle nuove strane sensazioni che mi nascevano dentro.
Quando arrivai nell’Oltremare la luce del sole m’abbaglio, e mi sembrava che la mia pelle bruciasse: troppo tempo ero rimasto dentro quella stiva. Il porto che m’accolse era carico di gente e pieno di odori che mi dettero fastidio, così intensi e forti da farmi sentir male. Cercai un posto più riparato, dove il sole non mi bruciasse e gli odori non mi stordissero, e li decisi di restare finché non giunse la notte, per me la più terribile della mia vita.
Il tempo passava lentamente; io avevo paura, molta paura, per le storie che giravano su briganti e diavoli che di notte aspettano solo di poterti ghermire l’anima o ucciderti; paura di ritrovarmi di nuovo con una spada puntata addosso e conoscere di nuovo l’onta del battesimo di tenebre e per la nuova volontà che si agitava nella mia anima e mi spingeva a fare cose innominabili.
Vagai per tutta la notte, tra vicoli scuri e osterie da cui sentivo giungere, misti agli odori forti dei cibi, le grida e le risa degli avventori; finche non arrivai davanti alla casa di una prostituta: lei m’invitò ad entrare, ed io entrai, come in sogno, attirato dal suo profumo.
Quando ne uscii, poco prima dell’alba, qualcosa dentro me era cambiato: non ero più l’uomo di un tempo, ne lo sarei mai più stato.
Adesso vago per le vie di notte, rifugiandomi tra le pieghe dell’oscurità, rifuggendo un sole che mi è intollerabile, cambiandomi nome e divenendo Ruberius, colui che è rosso: come l’inferno, come il dolore… come il sangue che beve.
L’ultimo viaggio
Quando è partito non piansi. Non questa volta; non come la prima volta che mi abbandonò, sola, ad Itaca per partire per una guerra che non era la sua, dopo aver baciato suo figlio Telemaco.
Anche oggi, come allora, vidi la sua nave spiegare le vele e cavalcando il vento allontanarsi verso l’orizzonte; solo che allora mi sentii morire all’idea che se n’andasse; ora, invece, è come se partisse uno dei tanti ospiti del palazzo; troppo tempo è mancato quest’uomo dalla mia vita.
Quando lo vidi partire non sentii ciò che ogni figlio deve sentire per la partenza del proprio padre. Per me partiva quel giorno solo uno dei tanti ospiti che hanno onorato la nostra reggia; partiva non il padre che da bambino piangevo di non avere mai conosciuto, e che adulto odiai per avermi negato il suo amore; ma solo un vecchio marinaio, col volto bruciato dal sole e dalla salsedine.
Quando sono partito non mi voltai per vedere la mia vecchia, amata Itaca. Ormai non era più la terra che lasciai per seguire Agamennone e il suo scellerato fratello, col cuore stretto in una morsa di ghiaccio, mentre la mia amata Penelope piangeva con in braccio nostro figlio. Non era la casa che sognavo nei miei pellegrinaggi di terra in terra, non era più la mia casa; tutti quelli che avevo lasciato vecchi erano morti, e quelli che lasciai fanciulli erano divenuti adulti.
Quando tornò per riprendere il suo posto accanto a me; dopo tanto tempo, in cui soffrii le peggiori pene, rosa dai morsi del dubbio, sognando sempre di ritrovare il suo corpo annegato galleggiare nel porto, angosciata per la mancanza di notizie; non seppi far altro che accoglierlo con indifferenza.
Per me non era più il mio compagno, il padre di mio figlio, il mio sposo; ma solo un estraneo, un volto consumato dal tempo che riemerge tra le pieghe della memoria.
Quando tornò volevo urlargli tutta la mia rabbia, il dolore senza fine di chi si sente orfano di un padre ancora vivo, l’amarezza che albergava nel mio cuore per non avere mai potuto conoscerlo; ma l’unica cosa che riuscii a vomitare fu una fredda indifferenza per quest’uomo a me ormai estraneo.
Quando tornai pensavo, m’illudevo, di ricevere un degno benvenuto; invece trovai solo indifferenza: nessuno ricordava più il re Odisseo partito per la guerra.
Allora andai alla reggia, sperando che mi riconoscessero almeno i miei cari; invece anche li trovai una fredda indifferenza; trovai che la mia sposa aveva un altro uomo, che mio figlio non mi riconosceva; non capii finche non mi specchiai nei loro occhi: allora mi trovai invecchiato lontano da loro, vidi che il tempo mi aveva trasformato in un estraneo.
Quando decise di partire non vi furono tra noi né dolore né lacrime; solo un’amara, fredda indifferenza. Mi annunciò che doveva andare: per saziare la sua sete di conoscenza, perché ormai quello non era più la sua terra, la sua gente, il suo posto; né noi, ormai, la sua famiglia.
Io lo sapevo già che sarebbe ripartito; lo ho sempre saputo che non era uomo da rimanere fermo in un posto; lo seppi fin dal nostro primo incontro in riva al mare, quando lo trovai dritto, vicino al bagnasciuga, a percorrere l’ultimo orizzonte: allora pensai che doveva essere un uomo sensibile, tormentato dall’interno dal pungolo della curiosità; un uomo cui Athena Parthenos baciò gli occhi.
Poi scoprii, amaramente, che era solo un egoista che ha sacrificato la sua famiglia per la sua sete di conoscenza.
Quando decise di andare non provai alcun risentimento, solo pietà. Pietà per un uomo che non seppe usare i due più grandi doni concessi dagli Dei: la sete di conoscenza e l’amore dei propri cari. Non posso negare che non abbia ammirato la sua volontà di conoscere, esplorare, sapere cosa vi sia al di là del mare; ma non gli ho mai perdonato di avermi sacrificato per essa; non posso perdonargli di non esserci stato quando mi svegliavo piangendo e, correndo, tra le lacrime invocavo il suo nome, trovando nel talamo accanto a mia madre solo un freddo, doloroso spazio vuoto.
Quando decisi di partire affermai che lo facevo perché era il mio destino di non riuscire ad avere mai pace, di volere sempre conoscere di più; in verità lo feci soprattutto perché ho capito che potrò percorre tutte le terre del mondo, conoscere ogni popolo, accumulare ogni genere di ricchezza, ma sarò sempre inferiore ad uno schiavo senza i miei cari; che non importa dove andrai, ma dove puoi tornare, dove riposare e dire: questa è casa mia, la mia famiglia, la mia gente; che la conoscenza è inutile senza qualcuno cui trasmetterla, senza giovani occhi che sognino le mille meraviglie del mondo.
E così eccomi invecchiato lontano da coloro che mi avevano amato; trasformato, per la troppo lunga assenza, in straniero ai loro occhi; vorrei tanto dire che tutto ciò è causato da un capriccio di Poseidone, che mi ha costretto, contro la mia volontà, lontano da loro; ma ognuno è responsabile delle proprie azioni, e ciò è stato il risultato delle mie.
Così eccomi a solcare, forse per l’ultima volta, il mare; le mie azioni mi hanno fatto divenire vagabondo, e come vagabondo vagherò fino ai confini del mondo.
Sogni
Cullato dalle onde del mare un vecchio marinaio sogna la sua petrosa Itaca: si rivede felice nella sua reggia, mentre, in un luminoso giorno d’estate, fa saltare sulle ginocchia il figlio Telemaco, a cui promise in un tempo ormai lontano di tornare; ma gli anni sono fuggiti per lui, e la patria lontana è divenuta solo il ricordo di una notte.
Sdraiata sotto i rami di un grande ulivo una donna sogna di un’alba crudele, dove, sotto un cielo bigio color sabbia, il mare plumbeo le restituisce, tra le onde, il corpo ormai senza vita dello sposo.
Stretto dentro la coperta il vecchio Anchise rivede i giorni felici in cui la piccola Cassandra, fuggita dalla reggia, veniva nella sua dimora per rifugiarsi, tra le lacrime, dopo l’aspro rimprovero della madre; e lui, con un dolce sorriso, le regalava un animale di legno scolpito.
Chiuso dentro la sua stanza il re Agamennone rivive il sacrificio della figlia Ifigènia: si ritrova per l’ennesima volta sopra quello scoglio, tra i fumi delle are, i canti e le preghiere dei sacerdoti, mentre Menelao sfugge il suo sguardo; rivede la sua figlioletta, trasportata, docile per lo stupore, il terrore e l’incredulità di ciò che stava per accaderle, all’altare; ma questa volta no, non lo permetterà; questa volta riuscirà a muoversi, a ribellarsi a quest’inutile sacrificio.
Sdraiata dentro una grotta Medea si rivede giovane, mentre col fratello giocava a rincorrersi tra i boschi e le valli della Colchide; in quell’epoca in cui il dolore era ancora sconosciuto, e il cielo, gli alberi, il fresco ruscello, non l’avevano ancora vista partire per terre lontane.
Sdraiato nel suo letto Giasone rivive l’incontro con Medea: la rivede come la prima volta, splendida e forte, accoglierlo nella sua terra; solo che quando tenta di avvicinarsi, lei, voltandosi, si allontana; lui vorrebbe rincorrerla, ma le gambe non obbediscono, sembrano come intrappolate da qualcosa. Quando abbassa gli occhi per vedere cosa lo blocchi, scorge i corpi dei figli e della povera Glauce che lo avvinghiano al terreno.
Ma l’alba è giunta e i sogni si devono rifugiare nella casa del sole.
L’attesa
La donna aspetta davanti la porta.
Attende il ritorno di suo figlio, del figlio che sognò di partorire, tra i fumi delle torce e le urla delle ancelle, come un’ onda da cui sorge un uomo con la testa di civetta.
Lo attende, da quanto tempo non lo ricorda più; lo aspetta, fedele alla sua idea che ritornerà, che quel mare che lo ha portato via, tra le urla dei gabbiani e le voci dei marinai, lo riporterà sano e salvo.
Aspetta, insieme al suo cane, Argo, ferma come le pietre della vecchia casa che abita, che torni.
Guarda il bosco in cui bambino lo venne a soccorrere, ferito dalla carica di un cinghiale; guarda l’orizzonte, quell’ultimo orizzonte che più volte ha visto trapassare dagli occhi del suo figliolo; guarda le case, le persone che entrano ed escono, che le passano davanti e la salutano, che le chiedono di suo figlio e la sua risposta rimane sempre la stessa, “Tornerà”.
Una guerra non sua lo ha portato al di là del mare.
Intanto i giorni divengono notti e le stagioni anni; i giovani divengono vecchi e nuovi giovani prendono il posto dei vecchi; ma la donna è sempre là, ferma nel suo dolore immutato, con la paura che non torni mai più, quell’urlo nero che le stringe la gola, che non passa.
Aspetta, immobile nella sua speranza, che un giorno il figlio partito in guerra, possa tornare.
L’angelo
(Non può piovere per sempre– Brandon Lee; The Crow –)
Un giorno nel cortile di un castello cadde un angelo dalle ali spezzate.
Grande fu la gioia del signore del maniero che, chiamato il cerusico, un fabbro e un prete, s’informò di cosa gli fosse successo, lo fece curare e fece costruire una gigantesca gabbia dentro cui lo rinchiuse.
Passavano i giorni e l’angelo cominciò a deperire a vista d’occhio: nonostante gli venissero prestate le cure più attente, gli fossero date le vivande più raffinate e offerti gli svaghi migliori, niente riusciva a risollevarne il morale o a risanarne la salute.
Una giorno passò davanti la sua gabbia il giullare: dimmi palombella, cosa t’è successo? – disse appoggiandosi alle sbarre – Quando eri arrivato sembravi un falco preso dentro la rete, ora sei spennato come un cappone e debole come un passero!
A queste parole l’angelo offrì uno sguardo malinconico, poi guardò verso il cielo e rispose: un tempo passavo tra le nuvole, ed ora sono rinchiuso dentro questa gabbia…
Allora il giullare prese le chiavi della gabbia e, fattone uscire l’angelo, lo condusse sul torrione est.
Arrivati in cima, il giullare sporgendosi lungo la merlatura invitò l’angelo a spiccare il volo, ma questi si ritrae, fa cenno di no, tentenna e poi mormora che dopo essere caduto non potrà più volare.
Mentre eri in volo sei caduto – disse il giullare – e adesso non vuoi volare perché hai ancora dentro te il dolore delle tue ali spezzate e la paura che possano spezzarsi ancora; ma quando si è arrivati al cielo non si può far a meno di tornarvi. Adesso riposati, è troppo presto perché tu possa ricominciare a librarti: sei ferito e credi di non riuscire a spiccare il volo; ma un giorno le tue ali guariranno e allora tornerai a volare.
IO SONO
Io sono
Buio
“È vivo?…”
“Si, respira ancora… anche se a fatica.”
“Portiamolo dal vecchio sacerdote, lui saprà come curarlo!”
Di nuovo buio.
Poi l’odore di una casa: il fuoco acceso, l’acqua che bolle, il cibo cucinato; e le voci sempre intorno a me.
“Dove l’avete trovato?”
“Sulla spiaggia!… forse è un marinaio naufragato. Era ricoperto dalle piume… ma non sappiamo per quale motivo.”
Tempo; lento, monotono, scandito dal dolore delle mie ossa che si rinsaldano, dalle ferite che si chiudono. Mani, vecchie e delicate, che mi toccano. Odore di unguenti, suono di preghiere agli Dei per la mia salute.
“Oggi ha mangiato?”
“Poco. Come sempre. Comunque sembra che stia migliorando…”
Frammenti di sogno. Il cielo che diventa terra, le urla di un uomo che chiama un nome, il mio nome… ma io non riesco a ricordarlo. Il rumore del vento che mi assorda, mi urla dentro le orecchie.
“Oggi ha aperto gli occhi!”
“Siano ringraziati gli Dei!”
Visi. Stranieri, dolci, affettuosi, curiosi. Domande su domande, a cui non so rispondere.
Non ricordo…Non so… No, credo di no.
“Lo straniero è strano; da quando si è ripreso non fa altro che fissare il cielo. Che sia una qualche divinità minore?”
Giorno, poi notte e di nuovo giorno. Io bloccato a guardare il cielo.
C’è qualcosa che mi attira in esso, ma non so cosa. Di nuovo i mie i sogni: vedo delle nuvole, poi un braccio con delle piume. Infine il cielo che diviene mare.
“La cena è pronta, vieni… ti sei ricordato chi sei?”
I giorni passano e diventano mesi. La stagione è cambiata, fa più freddo. Ogni giorno mi siedo sempre sullo stesso scoglio, ogni giorno mi rivolgono sempre la stessa domanda; ogni giorno, scuoto la testa, guardo un punto imprecisato dell’orizzonte e cerco di ricordarmi chi sono. Ma non ci riesco!
“Lo vedo spesso fissare i gabbiani… che sia stato un cacciatore?”
“No sarà stato un marinaio! I gabbiani gli ricorderanno i suoi viaggi.”
I gabbiani. Li vedo spesso volteggiare sopra il mare. Quando li guardo fare le loro evoluzioni ho come l’impressione che ne sarei stato capace anch’io, in un tempo lontano; un tempo perduto dentro me.
“Prendimi!… Non ci riesci, non ci riesci…”
“Non correte così… vi potreste fare male!… O Dea Madre, a forza di scappare da tutte le parti finiranno per perdersi!”
Bambini che giocano. Si rincorrono per le strade del villaggio, nascondendosi tra vicoli, case e cortili. Mi ricordano qualcosa: ritorna il volto di un vecchio, forse mio padre, una serie di corridoi e budelli e la sensazione che qualcosa incombesse su noi. Ma sono solo frammenti scollegati, tracce che non mi portano a niente.
“Straniero, guardi ancora il cielo e i gabbiani che lo popolano, nonostante la fredda brezza? Anche a me piace guardare il mare, il cielo e i suoi abitanti. A volte immagino di potermi costruire delle ali e viaggiare con esse per accompagnare il carro del sole… ma… perché mi guardi così stravolto?… Cosa ho detto?”
Questo ragazzo che mi si è seduto accanto; il suo desiderio, il mio desiderio! Come se fosse caduto un velo ricordo tutto: la fuga, il volo…la caduta.
Ora so chi sono: Io sono Icaro.
La Sognatrice
(A Daniela Biù.; mon amie, ma petite grande femme)
In paese lontano di una terra lontana, vi è il Bianco Castello in cui vive una fanciulla, detta da tutti La Sognatrice.
Si dice che questa fanciulla abbia un dono: rendere reali i sogni.
Il viandante occasionale incontrerà, allora, cose straordinarie lungo il suo percorso: città in cui crescono alberi con dentro case dalle pareti sospese, i cui pavimenti sono sentieri fatti di ciottoli e le scale edere che si avvolgono fino al cielo.
O piazze che sono boschi e boschi che si tramutano in piazze e le strade che si abbassano per far passare il vecchio che zoppica o il cieco col suo bastone ed i fiumi che gorgheggiano dentro le mura.
A volte potrà sentire la storia del mendicante che un giorno si accorge, con un’espressione di dolorosa delusione, che nella bottiglia che sempre lo accompagnava era finito il liquore.
A nulla gli servì attaccarsi alla bottiglia, scuoterla e tentare d’ottenerne le ultime, poche gocce: le ultime lacrime di paradiso, come sussurrava tra sè, mentre reclinava il capo e spalancava la bocca.
Infine, frustrato gettò la bottiglia contro il muro, facendola esplodere in mille frammenti, e trovato un angolo, vi si accasciò triste e stanco. Il rumore di un tuono e le prime gocce di pioggia lo distrassero dai suoi pensieri; ma la pioggia che scendeva era strana: rossastra e profumata, lo spingeva, quasi lo invitava, a stendere la mano per raccoglierne le prime gocce, portarsele vicino al volto e odorarle con curioso timore. Che meraviglia è mai questa? Opera degli angeli o del demonio? urlò per lo stupore: erano gocce di vino. Rimase per un poco in dubbio, ma alla fine decise, con un urlo che poi diviene riso di gioia, di bere questa pioggia miracolosa.
E altro ed altro ancora potrà vedere, se vorrà.
Ma faccia silenzio: i sogni sono fragili bolle d’infinito.